Per il recupero storico della “Via della seta” siciliana e il suo filo rosso/rosa

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di Franca Sinagra Brisca

L’attuale denominazione internazionale di “Via della seta”, bandiera del commercio soprattutto cinese che tanto influenza ha nella geopolitica rispetto alla concorrenza statunitense, ha radici storiche più profonde. Queste sono più complesse di quanto la diffusione mediatica lasci intendere, mentre scavalca la memoria dell’importanza fondamentale della via siciliana nel commercio della seta lungo il plurisecolare percorso dall’Oriente arabo all’Europa, che copre un tempo lungo circa dall’800 d.C. al 1940.

Per approcciare il diffuso gap culturale prendiamo l’abbrivio da una riflessione di Carlo Ginzburg: “Cultura dominante e cultura popolare giocano una partita ineguale, in cui i dadi sono truccati. Dato che la documentazione riflette i rapporti di forza fra le classi di una società data, le possibilità che la cultura popolare lasciasse una traccia di sé, sia pure deformata, in un periodo in cui l’analfabetismo era ancora così diffuso [1908 a ME], erano molto ridotte. A questo punto, accettare i consueti criteri di verificabilità significa esagerare indebitamente il peso della cultura dominante”.

Questo discorso del Nostro trova conferma nell’enciclopedia Treccani: “La bachicoltura è effettivamente redditizia, quando su di essa gravino al minimo le spese generali e soprattutto la mano d’opera, che nell’attuale allevamento familiare non viene quasi calcolata, essendo fornita per gran parte dalle donne di casa, dai ragazzi e dai vecchi inadatti al lavoro dei campi”.

Sono fresche di questo ventennio le pubblicazioni prodotte dalla ricerca colta sulla produzione di seta che rese Messina portuale un centro tanto ricco e potente da competere con la capitale Palermo (circa un millennio dagli arabi alla seconda guerra mondiale). Anche il volume di Salvatore Sutera. La produzione della seta in Sicilia. Galati Mamertino e la Valle del Fitalia, Ed. Sikelia, documenta ad ampio raggio la problematica isolana con un approfondimento sulla Valle del Fitalia nei Nebrodi, inserendosi nel contesto del recupero di questo territorio le cui evidenze culturali risultano a tutt’oggi diffusamente leggibili.

L’indagine sull’assenza di sviluppo industriale della seta in Sicilia, rispetto al settentrione italiano e fino all’industria francese di Lion, ci riporta alla Questione Meridionale e a ritornare sul discorso della memoria storica negata.

Si riconferma dunque la tesi della mancanza di progettualità dei governanti siciliani e quindi della rendita parassitaria messa in atto da baroni e principi nei loro possedimenti. Questi nobili (il titolo si comprava rimpinguando le casse reali, cioè non si guadagnava per meriti verso il regnante) erano impegnati al soddisfacimento dei bisogni di una vita dispendiosa in competizione di sfarzo, mentre erano irresponsabili dello sviluppo socio politico nelle proprie terre, fino al prosciugamento delle entrate con grande depauperamento delle popolazioni sottomesse. Si pensi al principe di Salina che è un contemplatore e non concepisce il cambiamento (“Il Gattopardo”). Si pensi anche alla biografia della galatese madre di Salvatore Carnevale, che nel 1923 segue il principe De Spuches nell’altro suo feudo di Caccamo, il cui status sociale è di fatto molto simile a quello dei servi della gleba (Franco Blandi, Francesca Serio. Navarra Ed.).

In Sicilia non ci fu un Cavour medioevale, invece in Piemonte già la produzione della seta siciliana si era trasformata in industria, mentre per tappe aveva risalito la penisola e sperimentato nuovi strumenti e nuova organizzazione operaia del lavoro. E non ci fu nemmeno un Manzoni che sapesse affrescare eticamente un periodo storico in azione con tutte le componenti sociali. Anzi, e ritorniamo alla questione meridionale, anche nella popolazione contadina si affermò il fenomeno mafioso come accentuazione della estorsione, non più nobiliare ma criminale, della rendita parassitaria. La memoria storica, colpevolmente negata al triennio delle lotte dei Fasci siciliani (1891-94 represse nel sangue col primo assedio alla regione dopo l’Unità), stenta a stigmatizzare quest’ennesimo bloccaggio allo sviluppo che Crispi offrì ai possidenti, ripetuto (1920-45) puntualmente da Mussolini. L’ignavia nobiliare siciliana preferì lasciar cadere la promettente produzione di seta a favore del nuovo gettito ricavato dall’esportazione di agrumi e vino che ancora venivano estratti a basso costo dal lavoro contadino insieme al grano, alla canna da zucchero e al lino.

La produzione di seta nelle campagne dei Nebrodi durò attiva ma silente fino agli anni ‘40, quando la donna di casa comprava un ditale di seme-baco, che come incubatrice teneva avvolto in seno fino alla schiusa, e poi allevava ‘u vermu sulle cannizze fino al bozzolo, con foglie di gelso (lat. morus alba e nigra) bianco Jesi (dal lat. celsa, alta) jancu (dallo spagnolo blanca) e nero niuru, da cui si raccoglievano frutti dolcissimi ‘u murigghiu, albero che resistette nel “chiano” di casa fino agli anni ‘60. Oggi esiste un polo di trasformazione di tessuti a Longi e un altro a San Marco d’Alunzio per confezioni d’alta moda, composto da ditte che usufruiscono del know how di raffinate ricamatrici e del retaggio di secoli di cultura del tessere, compensate ancora con il noto lavoro illegale del cottimo a domicilio in nero.

Permanenze lessicali da indagare ulteriormente sono riconoscibili nell’industria agrumicola seguita a quella della seta. Come nel contesto della produzione di seta, i magazzini di raccolta e deposito si chiamarono filatojo e il personale femminile si identificò in mastre e picciotte, dalla selezione degli agrumi restavano gli scartini come i bozzoli.  A Capo d’Orlando c’è un’antica Via della filanda, il nome del centro commerciale a Brolo è La Filanda, sorto di recente ricordando la residuale adiacente costruzione per la trattura e filatura.  Molto diffuso è il cognome Fogliani che rimanda al mestiere di raccolta delle foglie di gelso, indice di una varietà di specializzazioni lavorative (venditori di seme-baco, raccoglitori di bozzoli, maestranze maschili nelle attività contabili e monetarie, architetture ad hoc, ecc.).

Il baco fu chiamato in Sicilia u’ vermu d’a sita e il suo letto cannizzabigatt, bigatteria, bigattino in Lombardia, cavaliere in Veneto, filugello e bacolino in italiano; i luoghi della torcitura e filatura saranno filandafilandera/e le operaie.

Non è stato ancora affrontato sistematicamente il tema della produzione della seta nei termini del diritto della manodopera femminile, che sembra essere passata attraverso i secoli nell’invisibilità e nell’emarginazione valoriale legale, ma sottoscritta dalla efficienza temporale religiosa.

Si sa che il progresso dell’industrializzazione fu pagato a caro prezzo dalle donne, come viene espresso con materialistica semplicità nel canto delle filandere: dodici ore nella filanda a distruggersi le mani nell’acqua bollente della caldera. A Messina già nei primi del 1900 il sindacalista avvocato Francesco Lo Sardo organizzava i diritti delle operaie anche alla Mellinghof. Il passaggio dal carico storico di competenze manuali delle donne siciliane, al permanere delle ricamatrici sembra storicamente conseguente, infatti nelle campagne dei Nebrodi, che furono ad alta produzione serica per clima e gelsicultura, le ricamatrici sono ingaggiate ora da mediatori nel lavoro di rifinitura di precisione di capi d’alta moda.

Diversa fu la provenienza del baco in Italia, dall’occidente bizantino con Calabria e Campania, dalla Dalmazia verso Venezia, ma più dalla Sicilia araba, le cui ricercate sete a detta di Idrisi erano richiestissime nel 1050 al mercato del Cairo.

L’importanza alla Via della seta data dagli attuali rapporti internazionali commerciali, espanderà ad ampio raggio dalla Cina (oggi unica grande produttrice di seta in rotolo) in Europa insieme all’economia anche la multiculturalità. Si potrebbe qui proporre che la stessa espansione sia avvenuta dalla Sicilia verso l’Europa veicolata dalla cultura araba (l’astronomia, l’idraulica, l’algebra, l’agronomia ecc.) con quella classica, poi rinascimentale ecc. Ci ricorda inoltre i veneziani fratelli Polo, i gesuiti scienziati con Padre Ricci fino all’inganno inglese dell’oppio (Renata Vinci. La Sicilia in Cina).

Affrontare la storia della seta siciliana assolve anche al progetto di intravedere l’ipotesi della possibilità di rivivere il Mediterraneo non più caricato da guerre e morti annegati, ma fondato su una storia che già ci vide presenti in vari appuntamenti lungo le sue coste in un comune passato millenario, oggi centro di relazioni evolute nel segno di pacifici scambi multiculturali e multireligiosi,

Poche sono le note descrizioni letterarie che ci mettono sulla strada poco conosciuta della produzione di seta nella Sicilia orientale. Boccaccio scrive di mercanti fiorentini a Messina per l’acquisto di tessuti. Manzoni ci descrive minuziosamente il vestito da sposa di seta di Lucia e, oltre l’Adda, la casa del baco con filanda del cugino Bartolo, che ricorda il girare incessante dell’aspo in casa di Lucia; ci fa cogliere il mondo della seta e delle merlettaie lombarde in Lombardia, compresa la poetica quotidianità dell’ambiente vegetale quando Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le porta a cadere, qualche passo distante. I pendii della costa tirrenica siciliana sono ancora oggi punteggiati dal verde tenero delle chiome dei gelsi residui e le masserie hanno finestre strette e lunghe adatte ad allevare il baco.

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