Rivoluzione e Costituzione

Sulla Rivoluzione
Contributo alla riflessione su un tema inattuale

di Federico Martino

Un «ritorno ai princìpi»
«A volere che una sètta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio» (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, III, 1, 1).

Hans Ole Brasen (1849, Hillerød, Danimarca – 1930 Copenaghen) – “Donna dell’Italia meridionale” 1880 – olio su tela, cm 46 x 38

L’asserzione del Segretario fiorentino è stata ritenuta (G. Sasso, A. Negri, etc.) prova della modernità e della radicalità del suo pensiero. Non insisteremo, dunque, su di essa, ma è necessario richiamarla in premessa perché a noi pare che l’averla dimenticata sia, in larga parte, causa dei drammatici eventi che hanno investito e condizionato quanti sono vissuti nell’ultimo trentennio: la fine delle prospettive “antagoniste” del modello produttivo esistente, la conseguente perdita di combattività delle classi subalterne e la loro “frammentazione”, la rassegnazione, l’incapacità di immaginare e proporre alternative e una (inevitabile) conseguente sconfitta pressoché “globale”.

L’insieme di questi elementi ha assunto veste ideologica nel c. d. pensiero unico che è stato capillarmente diffuso grazie alla enorme pervasività dei mass media e delle nuove tecnologie informatiche, le quali hanno rapidamente conquistato il Pianeta. La fine dei grandi partiti di massa (seguita alla loro trasformazione in meri comitati elettorali), la subordinazione del “politico” all’”economico”, la drastica riduzione degli spazi di democrazia (efficienza e decisionismo versus partecipazione popolare), la disaffezione verso le “ideologie” (i. e. idee e culture), hanno avuto come esito la fine del confronto su temi di interesse collettivo e l’abbandono di ogni approfondita riflessione su argomenti che avevano tenuto il campo nei due secoli precedenti.

Cominciare un dibattito che (ri)metta all’ordine del giorno concetti divenuti inconsueti e “fastidiosi” e (ri)scopra il pensiero critico, può avere valore di rottura ed è, comunque, uno sforzo per spezzare la gabbia di impotenza e rassegnazione nella quale siamo stati (e ci siamo) confinati. Sarebbe stato un risultato importante in ogni momento; a maggior ragione lo è oggi, quando una devastante “passivizzazione” sembra travolgere le capacità razionali individuali e collettive e investire l’intero complesso dei rapporti tra gli Uomini e dell’Umanità con l’ambiente in cui vive e dal quale dipende.

Proponiamo, dunque, alcune schematiche considerazioni, auspicando che questo intervento dia inizio ad un confronto ampio, franco e spassionato su argomenti che toccano, quanto e più di prima, il presente e il futuro di tutti noi, come individui e come specie.

1. Concetto e genesi della Rivoluzione

Idea e pratica della Rivoluzione sembrano definitivamente tramontati e persino la Storia (Fukuyama, 1992) sarebbe «finita». Purtroppo (o per fortuna), la diretta interessata ha immediatamente provveduto a smentire la notizia del decesso e ha posto sotto i nostri occhi nuovi sanguinosi conflitti che hanno mostrato la drammatica “vitalità” della defunta e, ancora in questi giorni, stanno mettendo in discussione la sopravvivenza di migliaia di donne e uomini e, forse, dell’intero genere umano. Defunta, invece, si è rivelata la tesi del sociologo e politologo statunitense e questo ce ne consente l’autopsia post mortem.

Nonostante due successivi interventi (1999, 2002), che qui non interessano, nel primo saggio, Fukuyama, più o meno consapevolmente, ha riproposto il paradigma della storiografia agostiniana – orosiana, che ha dominato la cultura occidentale tra V e XV secolo della nostra Era. Per il vescovo di Ippona, infatti, la Provvidenza consentì l’espansione “globale” dell’Impero dei Cesari affinché il Verbo di Cristo, attraverso di esso, raggiungesse ogni angolo del mondo abitato. Con la conversione di Costantino e dei successori, l’Impero aveva esaurito la sua missione ed era crollato. Per il nostro politologo, con la “fine del Comunismo” e il trionfo delle c. d. democrazie liberali, la Storia, che del loro conflitto si era nutrita, deve considerarsi conclusa. Questa idea, non solo non è originale, ma ha una carica profondamente reazionaria, poiché, se davvero la Storia fosse finita, fissando per sempre la realtà oggi esistente, per miliardi di individui che non godono delle ineffabili delizie del “mercato autoregolantesi” (e anche per quanti, pur godendone, non gioiscono di tali meraviglie), resterebbe solo la cupa rassegnazione, priva, persino, della speranza di una ultraterrena possibilità di remunerazione, come avviene nel pensiero religioso.
La Storia, dunque, continua e a noi spetta comprenderla e indagarne le modalità di sviluppo. Per farlo, partiremo dai fatti.

Il primo è, apparentemente, ovvio, ma si rivela profondamente “rivoluzionario”: l’essere umano e le api o le formiche sono radicalmente diversi tra loro. Questi insetti sono splendidi costruttori di elaborate architetture e abilissimi attuatori dei propri “sistemi sociali”. Ma lo fanno mossi dall’istinto, non dal ragionamento e, quindi, sono incapaci di modificare, coscientemente, la propria vita. È per questo che, mentre esiste la Storia dell’Uomo, non c’è (non può esserci) una Storia delle api o delle formiche. Nel corso della sua evoluzione, l’Uomo è divenuto l’unico punto in cui la Natura è in grado di prendere coscienza di sé e di autodeterminare (entro limiti dati) i propri percorsi e i propri destini.
Il secondo fatto l’ha sottolineato Aristotele: l’Uomo isolato non esiste se non come astrazione. Gli individui, dei quali possiamo tracciare la Storia o ricostruire la Preistoria, vivono sempre in Società (anche piccole o piccolissime), appartengono alla categoria dello «zoon politikon» (animale sociale).
Le trasformazioni, più o meno programmate e guidate di tali Società, sono sempre causa ed effetto delle mutazioni del modo di produzione e dei rapporti sociali, lato sensu ad esso connessi.

Solo in tempi relativamente recenti gli esseri umani sono divenuti consapevoli di tale fenomeno e ciò è avvenuto coll’irrompere della Modernità sulla scena europea e con la lenta transizione dall’Ancien Régime al capitalismo. In tale contesto, tra XVII e XVIII secolo, in Inghilterra e in Francia, sono nati la pratica e il concetto di Rivoluzione, ignoti all’Età antica e al Medio Evo, che avevano conosciuto solo cieche rivolte o sommosse. La Rivoluzione, invece, nella sua moderna accezione, si sostanzia nel tentativo di realizzare una Società rispondente alle esigenze di un modo di produzione in via di affermazione. Dunque, perché fosse possibile passare dalle rivolte alla Rivoluzione, era indispensabile un processo di liberazione della Storia dal predominio del Fato, degli Dei o della Provvidenza e la attribuzione – riconoscimento agli Uomini di capacità di autodeterminazione e di costruzione di nuovi rapporti politici e sociali.

Nel Cinquecento, la grande Isola atlantica vide la crescita di peso economico, politico e culturale di proprietari fondiari che avevano acquistato e recintato terre e boschi confiscati dalla Corona agli enti ecclesiastici, quando era avvenuta la rottura col Papato ed era stata istituita la Chiesa Anglicana. In tal modo, la gentry finì con l’unire condizioni privilegiate, che derivava da un remoto passato medievale, con una gestione della proprietà esclusiva, liberata dai vincoli comunitari “feudali” grazie alla realizzazione delle enclosures. Era la nascita di un ceto ancipite, che recava in sé il forte attaccamento alla tradizione e la potente spinta verso una produzione di tipo capitalistico. Questa singolare mescolanza di passato e presente, che, insieme, si volgevano al futuro, venne presto espressa nella produzione letteraria e nel pensiero dell’età elisabettiana e del tempo di Giacomo I.
La centralità del Parlamento nella imposizione dei tributi, unita con la passione religiosa dei Puritani e con la generale avversione all’ampliamento della Prerogativa regia voluto da Carlo I, innescò un processo di azione – reazione, che sfociò nella guerra tra sovrano e sudditi e nella decapitazione del monarca. Come sempre, l’elemento fattuale precedette la teorizzazione: la Rivoluzione iniziò prima che qualcuno si rendesse compiutamente conto di ciò che stava facendo. Naturalmente, la riflessione esplose ben presto e crebbe rapidissima. Decine di migliaia di opuscoli stanno oggi sugli scaffali della Biblioteca del British Museum a testimoniarlo e ancor migliore prova ne offrono i lavori notissimi di Harrington, Hobbes, Sidney, Locke, etc.

Per la prima volta, la Rivoluzione consentì agli Uomini di decidere modi e forme delle proprie istituzioni. Dalla metà del Seicento, Modernità e Rivoluzione, inscindibilmente unite, occuparono il centro del palcoscenico europeo. Fu uno spettacolo talmente nuovo che gli Inglesi non ebbero la forza di reggerlo a lungo. Dopo la morte di Cromwell, la corona passò sul capo del figlio del decapitato monarca e ci si affrettò a cancellare persino la parola «Rivoluzione»: la sanguinosa guerra tra sovrano e Parlamento (che aveva posto fine alla monarchia) fu declassata a Great Rebellion, mentre l’incruenta passeggiata di Guglielmo d’Orange (che portò a un parziale cambio di dinastia), divenne The Great Revolution. I figli di Albione rifiutano tuttora l’idea che un Popolo possa darsi leggi e Costituzioni che non siano la ripetizione di regole osservate da gran tempo “per consuetudine” (Blackstone), mancano di Codici (Burke) e la loro Grundnorm è la Magna charta libertatum, cioè il testo contenente usi riconosciuti e concessi da (i. e. strappati a) Giovanni Senza Terra nel 1215. Dunque, la marcia inarrestabile dell’Isola verso il capitalismo avvenne all’interno di una inestricabile mescolanza di tradizioni medievali e traumatici processi di industrializzazione e divisione del lavoro.

A distanza di poco più di un ottantennio dall’esperimento inglese, le dottrine elaborate in Europa a partire da quel momento si erano ampiamente diffuse oltre Oceano e, nelle colonie d’America, la rivolta, scatenata da ragioni fiscali, assunse connotati politici rivoluzionari. Fu, soprattutto, il pensiero di Locke a informare la Costituzione degli Stati Uniti. Per fare un esempio, ricordiamo che il diritto dei cittadini a possedere armi scaturisce dal riconoscimento della resistenza armata contro un potere statale che infranga, ripetutamente e costantemente, il pactum societatis: qui, il pensiero liberale della borghesia delle origini sancì il diritto alla Rivoluzione. Tuttavia, era ancora un primo esperimento e il testo, sostanzialmente, rimase una semplice Carta di Princìpi, che demandò al futuro l’attuazione degli stessi. Di nuovo, a chiarir la cosa varrà un esempio. La Costituzione dichiarò solennemente di voler assicurare a tutti gli Uomini la Felicità, ma non menzionò la schiavitù, che verrà abolita dopo un secolo, in conseguenza di una devastante guerra civile causata, tra l’altro, dall’esigenza di manodopera salariata da parte degli Stati del Nord, dove il capitalismo industriale si era fortemente sviluppato. Tale macroscopica “contraddizione” è solo apparentemente inspiegabile. Per capire tutto, basta rammentare che il più noto dei Padri Fondatori, George Washington, era il maggiore proprietario di schiavi della nascente Federazione Americana.

Spettò alla Francia, giunta ultima sulla scena, cogliere tutta la novità dei tempi e realizzare la più compiuta e articolata Rivoluzione, destinata a divenire modello per quelle che sarebbero seguite. A partire dal 1789, la Rivoluzione esplose suscitando enormi passioni ed acquistando inarrestabile capacità espansiva. Furono gli elementi che ne causarono la centralità paradigmatica nel Mondo.

2. Le analisi di Marx e le speranze di Lenin

Quel fatidico anno, non diede inizio ad una Rivoluzione, ma aprì un intero ciclo rivoluzionario, che potrebbe non essere concluso. La prima fase, vide la borghesia francese, in lotta contro i residui dell’Ancien Régime, porsi alla guida di un generico Popolo.
Ancora nel 1830, un famoso dipinto di Delacroix (La Libertà che guida il Popolo) mostra Marianne, a seno nudo, col tricolore in mano, che ha il giovanissimo Gavroche al suo fianco, ma è il borghese ben vestito, col cappello a cilindro, armato di un efficiente schioppo “a luminello”, a capeggiare la folla di individui che brandiscono sciabole e armi raccogliticce. Del resto, due anni dopo, la sanguinosa repressione delle sommosse operaie di Lione, effettuata dalla monarchia costituzionale di Luigi Filippo, mostrò con chiarezza cosa dovesse intendersi per «libertà dei Moderni».
La Rivoluzione del febbraio 1848 fu sul punto di ripetere il solito schema, ma, adesso, esisteva un proletariato, che stava diventando «classe per sé» e traeva insegnamento anche dalle sconfitte. Quando, con la chiusura dei Laboratori Nazionali, per non morire di fame, privi di capi e senza cannoni, gli operai parigini furono spinti e quasi obbligati a tentare la Rivoluzione, vennero massacrati dai repubblicani democratici del generale Cavaignac, nonostante, per giorni, opponessero una strenua resistenza a truppe bene armate, bene addestrate e sperimentate nella guerra coloniale. Erano stati sconfitti, ma avevano capito che la borghesia non poteva applicare gli Immortali Principi, da essa stessa formulati, poiché la loro attuazione universale avrebbe determinato la sua scomparsa come classe: non si trattava di buona o cattiva volontà, ma di una «contraddizione reale». Solo la presa del potere da parte del proletariato, mediante la Rivoluzione, poteva sciogliere il nodo.
La borghesia aveva “inventato” la Rivoluzione e l’aveva legittimata, usandola ai suoi fini, ma, in tal modo, aveva riconosciuto a tutti gli Uomini il diritto di determinare il proprio destino, anche facendo uso della forza, contro ogni forma, violenta o subdola, di sfruttamento e di oppressione. Con la definitiva affermazione della borghesia, il concetto e la pratica rivoluzionari, quasi naturalmente, erano passati al proletariato, cioè al soggetto da essa creato e divenuto suo “necessario” antagonista.
Nel 1870, la clamorosa disfatta di Napoléon le petit pose termine al Secondo Impero e, l’anno dopo, la vergognosa acquiescenza della Repubblica di Versailles alle pretese tedesche fece insorgere Parigi. Con la Comune, i proletari della capitale scelsero l’insurrezione per salvare la Nazione dall’ignominia e sé stessi dall’aggressione di Thiers, ma nutrirono anche la speranza di costruire una Società di liberi ed eguali. Di nuovo, furono sanguinosamente battuti dalle truppe repubblicane e democratiche e, di nuovo, il loro esperimento fu breve. Tuttavia, sia pure per poco, il potere venne conquistato e ciò consentì di smontare la macchina statale e di farne una diversa. Il proletariato continuava a imparare dalle sconfitte e l’esempio parigino, analizzato da Marx ed Engels, provò che un Mondo alternativo a quello esistente era possibile.

Tra gli ultimi decenni dell’Otto e i primi del Novecento, il capitalismo attraversò trasformazioni che cambiarono l’economia, la geopolitica e gli stessi quadri culturali e mentali dell’Occidente. L’Europa delle nazionalità lasciò posto ai contrapposti nazionalismi. Si affermò l’Imperialismo che generò la corsa agli armamenti, l’espansionismo coloniale e, infine, il primo conflitto mondiale. Partendo dai lavori di Hilferding, Lenin studiò a fondo il fenomeno (1916), rendendosi conto, grazie alle categorie del pensiero marxiano, che la guerra era inscindibilmente legata al modo di produzione dominante e, quindi, nessuna (cristiana, kantiana o tolstoiana) predicazione di fratellanza universale, nessuna (pur sincera) volontà di pace era in grado di far finire ciò che un papa aveva chiamato l’«inutile massacro». Solo la Rivoluzione, togliendo il potere alla borghesia imperialista e attribuendolo al proletariato, poteva por termine alla nuova e più disumana «contraddizione reale».

In Russia, nel 1905, la Rivoluzione era stata repressa duramente, il proletariato era quantitativamente esiguo e Marx stesso aveva ritenuto quasi impossibile che, nel Paese, i processi rivoluzionari avessero successo. Comprensibilmente, dunque, il malcontento causato dalla guerra si era incanalato verso una Rivoluzione democratico – borghese e aveva condotto alla cacciata dello zar e all’assunzione del potere da parte di un Parlamento rappresentativo (la Duma). Non sembrava possibile spingersi oltre e la partecipazione al governo dei Menscevichi non meraviglia più di tanto. Tuttavia, come Lenin aveva detto, per le loro radici di classe, i Socialdemocratici non potevano e non volevano cessare le operazioni militari contro la Germania. Erano, invece, i contadini, da tre anni falcidiati da una guerra che li opponeva ad altri contadini, a rifiutare una condizione insopportabile e, ormai, divenuta assolutamente incomprensibile. Se gli operai erano pochi, questi uomini avevano una forza travolgente e, al contrario della borghesia democratica, repubblicana e socialdemocratica, volevano la pace immediatamente e ad ogni costo. Mancavano le condizioni per una Rivoluzione proletaria, ma solo la cacciata dal potere della classe imperialista poteva far cessare la guerra. La parola d’ordine «pace subito» mobilitò insieme operai e contadini: cannoni, mitragliatrici e fucili russi non spararono più sui proletari e sui contadini tedeschi, ma sulla Duma. Il primo decreto della vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre fu quello sulla pace.

3. «Socialismo o barbarie»

Iniziava un nuovo tentativo (questa volta, destinato a durare settant’anni) di realizzare il Socialismo. Il “padre” dell’URSS fu sempre consapevole che, quello da lui inaugurato, era l’esperimento di una transizione, dall’esito ignoto e incerto, e, come tale, avrebbe dovuto essere gestito e presentato. Ciò non accadde, perché «gli uomini si ingannano e vengono ingannati». Quello che era un primo tentativo diventò il modello del Comunismo e la Russia Sovietica assunse il ruolo di Nazione Guida per quanti aspiravano a superare il vecchio modo di produzione. Il pensiero marxiano si trasformò nel «marxismo – leninismo» e nacque il «Diamat» dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Il Comunismo scientifico indossò i panni del dogmatismo. Per questo, subiamo oggi pesanti conseguenze e la sconfitta è resa quasi irrimediabile dalla generale incapacità di riflettere sulle cause del fallimento, cioè dal rifiuto della memoria, che impedisce di imparare dall’esperienza. Ci sottraiamo all’indagine con la rimozione e, così facendo, non solo non individuiamo gli errori, ma dimentichiamo i risultati raggiunti che, pur non costituendo la “realizzazione del Comunismo”, segnarono una tappa importante per lo sviluppo della Russia e per la libertà e la dignità di tutti gli Uomini. Ancora una volta, è la Storia degli ultimi decenni a ricordarcelo.

Quando si è oscurata la prospettiva di una soluzione laica e razionale delle contraddizioni generate dall’Imperialismo, milioni di individui sono tornati a cercare il riscatto nell’irrazionale: religioso (integralismo) o culturale e politico (miti autoritari, razziali, xenofobi), o, persino, celato sotto la maschera di una ragione rovesciata nel suo contrario e di una libertà illiberale. Di nuovo, proprio in questi giorni, la guerra in Europa corrompe le coscienze, ottunde le menti: la Storia sembra tornata al primo conflitto mondiale. «El sueño de la razón produce monstruos». Avremmo dovuto saperlo e lo abbiamo ignorato.

Da tempo, il capitalismo attraversa un processo di senescenza dai risultati imprevedibili, ma certamente devastanti. Nessuno meglio di Marx, sin dalla stesura del Manifesto, ha lucidamente descritto le radicali novità che esso ha introdotto, liberando enormi potenzialità di conoscenza, di crescita produttiva, di trasformazione sociale. Ovviamente, ciò si è verificato per soddisfarne gli interessi primari e nell’osservanza delle condizioni ad esso connaturate: massimizzazione del profitto e anarchia della produzione. Ma, all’interno di un quadro complessivo di diseguaglianza, sfruttamento, oppressione, sovente accompagnati da spietati massacri e genocidi, è innegabile la crescita (non solo quantitativa) che la Società Moderna ha conosciuto rispetto a quella Antica e Medievale. Oggi, il complesso e contraddittorio processo sembra avere perduto la «spinta propulsiva» e non è in grado di assicurare neppure l’abituale sviluppo nutrito di disuguaglianze. Nonostante l’immaginifico sforzo di inventare e diffondere un capitalismo totalmente finanziarizzato (i. e. virtuale), sappiamo, da fonti assolutamente imparziali, che nove soggetti detengono il 50% dell’intera ricchezza del Pianeta. È un fatto che non urta l’etica, ma proclama l’evidente fallimento del modo di produzione dominante. La «caduta del saggio di profitto» sembra inarrestabile e le «crisi cicliche», sempre più frequenti e sempre più lunghe, si congiungono in una generale crisi sistemica.

Le risorse naturali, alle quali la produzione attinge in maniera sfrenata e dissennata per rispondere ad una domanda “drogata” dal bisogno di aumentare il profitto, sono in via di esaurimento e la crisi ambientale avanza, di giorno in giorno, con una accelerazione non prevista.
Dopo la fine dell’esperienza sovietica, un vastissimo processo di proletarizzazione, in Occidente, ha investito grandi masse di ceto medio (determinandone l’impoverimento) e, in Oriente, ha trasformato milioni di contadini in operai (spesso, migliorandone le condizioni). La «classe in sé», dunque, è cresciuta, ma la «classe per sé» sembra scomparsa. Privo di antagonisti, il capitalismo è tornato agli antichi fasti dei conflitti interimperialisti e l’Europa è piombata in una guerra dagli esiti ignoti.
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A noi, che non siamo economisti e non apprezziamo i sociologi, sembra che il modo di produzione sopravvissuto e trionfante abbia, oggi, tre aspetti.
Il più moderno ed elaborato è quello del capitalismo finanziarizzato, che tende ad espandersi, usando, come strumenti di penetrazione, la libertà (virtuale) della rete e il «pensiero unico», che sta cancellando dalle menti la concretezza della Storia, le sue contraddizioni e la prospettiva della Rivoluzione, come mezzo di riscatto e di costruzione di una alternativa all’esistente.
Il secondo, rozzo, ingenuo e adatto a palati poco esigenti, nell’ultimo quarto di secolo ha connotato quanto restava dell’URSS. È una manifestazione quasi pura degli “spiriti animali” dell’Imperialismo, che unisce sfrenata ricerca del profitto, controllo del potere da parte dei c. d. “oligarchi”, rigurgiti della antica politica di potenza dell’Impero zarista.
L’ultimo, più lontano, almeno geograficamente, dal mondo occidentale, caratterizza l’attuale Repubblica Popolare Cinese. A nostro avviso, anche in questo caso si deve parlare di capitalismo. È, infatti, caratterizzato da una ampia diffusione della proprietà privata del capitale di investimento, dalla fortissima compenetrazione di attività industriali e finanziarie, dalla massiccia estrazione di plusvalore dal lavoro salariato. Peraltro, il ruolo di direzione e controllo dell’economia, esercitato (o, almeno, rivendicato) dal PCC, che rappresenta una positiva “sopravvivenza” del passato, non è chiaro se e in che misura riuscirà ad andare oltre il compimento (in sé, straordinariamente importante) della accumulazione originaria e della modernizzazione del Paese, attualmente in corso. Inoltre, in un futuro non troppo remoto, tutto ciò potrebbe generare dirompenti contraddizioni.
In tutti i casi, sembrano scomparsi la capacità di autodeterminazione degli Uomini e il loro “naturale” desiderio di sperimentare vie nuove e alternative a quelle esistenti.

La crisi economica e l’immiserimento culturale avanzano a grandi passi, le diseguaglianze crescono in maniera insostenibile, l’ambiente e il clima indicano la catastrofe non lontana. A chi è convinto che tali fenomeni siano «contraddizioni reali» (incancellabili con appelli e operazioni “volontaristiche”), torna in mente una antica affermazione, divenuta attualissima: «Socialismo o barbarie». Il rifiuto della Rivoluzione ci respinge in quella parte di Natura che non ha coscienza di sé e la rinuncia a cercare un altro Mondo ci consegna alla barbarie.
Se non vogliamo rimanere schiacciati dal crollo di un modo di produzione avviato verso la fine, dobbiamo ricominciare a progettare il nostro futuro e agire in conseguenza. Il riscatto non può essere virtuale e la democrazia non può essere confinata nell’espressione di un voto (peraltro, da tempo, privo di qualsiasi valore reale).
Ci piaccia o meno, dobbiamo «tornare al principio», riconoscere che la Rivoluzione (in ogni sua forma) è più attuale che mai e prendere atto che i fallimenti sono necessari e inevitabili quando si procede “scientificamente” verso la ricerca del Nuovo.

Il globalismo “fase suprema del capitalismo”

di Daniele Pompejano

Gabriele Canetti (Milano, 1964). “Il Burattinaio” (1998) – Olio su tela CM 50 x 40

Spero perdoniate del titolo la disinvolta manipolazione del noto lemma leniniano.

Fase suprema del capitalismo, la globalizzazione è sembrata negli anni Novanta non necessitasse più delle guerre imperialiste dei vecchi stati- nazione. Il mercato globale travolgeva sovranità e identità nazionali, la politica otto-novecentesca, in altri termini. E alla globalizzazione si assegnavano virtù di crescita lineare e benessere che si sarebbero diffusi progressivamente solo che tiranni sanguinari in Iraq o Jugoslavia non avessero richiesto l’intervento armato per le offese alla sensibilità per i diritti umani nutrita dalle democrazie occidentale. Questa almeno era la narrazione, incapace di spiegare poi perché il Kossovo era da sostenere nella sua indipendenza, non il Paese Basco, o la Catalogna, la Scozia, il Kurdistan e perché no anche il Veneto o la Cecenia!

Paradossi a parte, quelle guerre apparivano marginali, risolvibili con interventi mirati di volontari o legittimati dalle Nazioni Unite senza che il nuovo ordine unilaterale e globale si percepisse minacciato. All’inizio del nuovo millennio l’ONU registrava come i conflitti interni agli stati (di natura sociale, politica e religiosa) fossero incommensurabilmente più numerosi rispetto ai conflitti fra gli stati.

I contenuti della globalizzazione si sono manifestati a pieno fra il 2001 e il 2008. Ma una differenza radicale maturava fra i due limiti cronologici. L’attentato alle Due Torri era portato dall’esterno, anche se stragi successive sono state pianificate nelle banlieu di Londra, Madrid, Parigi e negli USA. Strumento cieco di attacchi indiscriminati, il terrorismo domestico o internazionale ha in effetti rappresentato insieme il fallimento storico del nazionalismo arabo e del modello sovietico che dall’Africa all’Asia aveva attratto e sostenuto i movimenti di liberazione nella Guerra Fredda. I fondamenti etici e religiosi restavano a quel punto l’ispirazione residuale e unica della lotta politica. Nel 2008 la crisi nasceva invece dall’interno del capitalismo neoliberista, e minacciava sì di travolgere la globalizzazione senza che potesse farsi ricorso a fattori esterni: il terrorismo islamista, il panslavismo serbo, le lotte fra clan ed etnie africane attive in confini disegnati geometricamente e dall’esterno nel corso degli anni Sessanta del XX secolo.

Il 2008 ha dimostrato come la rivoluzione globalista avesse raggiunto il suo acme con l’annullamento delle distanze realizzato dalla telematica e con la mobilità dei fattori. Il capitale è autorizzato a muoversi in tempo reale attraverso le frontiere, non la terra che comunque si può sempre accaparrarsela per controllarne le risorse salvo a provocare rovinose crisi ambientali globali. L’uomo ancora meno, non gli è concesso di muoversi attraverso le frontiere. E ove non ve ne siano di naturali, per es. il mare, se ne costruiscono di fisici- muri e fili spinati- o di culturali: razze e culture aliene, colore della pelle, religioni.

Non è un paradosso che la globalizzazione abbia frammentate geopolitica ed appartenenze etniche alimentando discriminazioni culturali. La competizione capitalistica globale può sostenersi solamente se le retrovie interne sono sicure. Per es., le monete regionali come l’euro rendono ormai impossibile la speculazione sulle monete nazionali deboli come la lira o la dracma. La speculazione ha allora presi di mira i debiti sovrani e i titoli di economie più esposte, ampliando gli spread fra Germania per es. e Italia o Grecia. L’austerità e i tagli alla spesa pubblica sociale costituiscono la via globale all’uguaglianza liberista. I diritti liberali, però, e la loro salvaguardia come diritti sociali sono sotto pressione a opera dei ragionieri della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale. Dopo la Guerra Fredda, l’asserita morte delle ideologie e la fine della storia hanno sollevato del problema dell’integrazione sociale le politiche pubbliche. La preoccupazione dei governi è fondamentalmente rappresentata dall’ equilibrio nei bilanci e dalla sostenibilità contabile e fiscale.

Tuttavia non è affatto detto che le ricette neoliberiste trovino d’accordo chi ne subisce gli effetti in termini di precarietà, disoccupazione e marginalità. E’ possibile giocare su questa ambivalenza di fondo: merito e competitività per es. degli italiani in primo luogo, ma non di tutti gli italiani anche se la nuova Presidente del Consiglio sta a dimostrare che l’ascesa è sempre possibile anche dalla più periferica Garbatella. Sono personalmente convinto che le preferenze elettorali ai ducetti locali o alla Meloni siano originariamente alimentate da un’ ambigua ribellione contro la politica. Le diverse declinazioni di autoritarismo e populismo sono funzionali all’obiettivo di annullare le differenze di classe sociale, di culture e di reddito. Esse vengono riassunte non in un anacronistico sistema organico e corporativo- in regimi cioè dichiaratamente fascisti. La soluzione vincente appare piuttosto realizzata in una corrispondenza fra popolo indifferenziato, nazione ed esecutivi accreditati di decisionismo e capacità esecutive, legittimati però da procedure elettorali.

Miti vecchi risultano comunque utili a spodestare la politica e le forme storiche della rappresentanza degli interessi delle classi sociali nello spazio istituzionale. La delega di un elettorato sempre più svogliato alla partecipazione è poi difficile che consegua il soddisfacimento di interessi poco componibili. Il ceto politico che ha guadagnato le elezioni 1. ha goduto del sostegno di classi che chiedono tagli drastici alla spesa sociale e ai trasferimenti di risorse, sostengono anzi un’autonomia differenziata; 2. la spesa è erogata in vista della competitività internazionale e di equilibri di bilancio determinati dall’esterno, incorporati addirittura nella Carta costituzionale in palese contraddizione con la sovranità nazionale; 3. le tensioni fra domande sociali irrisolte e le compatibilità contabili, ancorché prodotte da una disciplina globalista, si manifestano tuttavia entro le società dei vecchi stati nazionali.

In sintesi: i governi nazionali devono disciplinare opzioni e comportamenti politici, riducendo o ignorando il ruolo dei corpi intermedi- partiti, organizzazioni sindacali o aggregazioni della società civile. E’ venuto così a mancare il terreno proprio della negoziazione, là dove si preparava la sintesi di interessi sociali diversi e/o opposti sin dentro lo spazio politico e istituzionale. La soluzione questa sì globale è dunque stata la crescita di poteri discrezionali dei governi. Azzardo che l’autoritarismo si vesta di fascismo solo nelle tragicommedie di gruppi marginali, affrancati dalla perseguibilità in nome dell’equiparazione dei totalitarismi. Più esplicitamente, i poteri esecutivi perseguono la propria legittimazione non attraverso l’eversione fascista e stragista, ma svuotando di significato le procedure democratiche ed elettorali alle quali viene assegnato un compito di ratifica di trasformazioni tecnocratiche e amministrative intervenute nei sistemi politici. Il liberismo finisce con il confliggere apertamente con la democrazia e progressivamente con il liberalismo.
Una rivoluzione è dunque necessaria?

Da destra si è invocata da tempo una rivoluzione contro l’inefficiente allocazione delle risorse e il preteso godimento di diritti incompatibili con il funzionamento dell’economia. La predicano la rivoluzione e l’hanno tentata Trump e i suoi hillbillies all’assalto del Congresso di Washington, e con toni apocalittici anche i fanatici religiosi nelle periferie del mondo. La parola è invece del tutto scomparsa dal lessico e dai programmi politici delle sinistre. Papa Bergoglio evoca una rivoluzione delle coscienze- etica, dunque- che programmaticamente rinunzia al ricorso alla violenza. E mai sia si azzardasse a indicare percorsi politici per una civitas Dei mondana.

Non ho che altre domande da aggiungere ancora.

Dopo il 1989 una rivoluzione si è effettivamente realizzata, ma chi ne sono stati gli attori e su quali contenuti? Nella dimensione storica allorquando economia e politica hanno confuso i propri ruoli ne sono derivati guasti difficilmente rimediabili. Se è il mercato a prevalere- scriveva tanti anni orsono A.O. Hirschman- i settori più deboli mancano di mezzi di sopravvivenza e ne consegue la rottura del patto sociale. Ove invece sia la politica a prevalere, ne conseguono inefficienza nell’allocazione delle risorse, sciupio e corruzione, sicché si producono crisi di natura economica. E’ possibile, dunque, immaginare un equilibrio dinamico fra uguaglianza ed efficienza, fra libertà individuali e diritti sociali?

Una volta che “l’animale è scappato dalla gabbia”, disciplinarne le dinamiche- del mercato, intendo dire- è diventato un compito assai difficile. Gli ostacoli sono costituiti dalla malafede nelle capacità redistribuitive del mercato libero- contro le quali si batteva J.M. Keynes- e dal risorgere del nazionalismo- non messo in conto nel 1989- che attribuisce ad attori sociali differenti uguali sentimenti e destini.

Dopo il Capitale- che conferiva basi scientifiche alla sociologia marxiana- di Marx dovremmo tornare a leggere anche gli scritti giovanili, quelli sull’umanesimo e sulla giornata tipo di un lavoratore che dedica parte del suo tempo alla pesca e all’arte (I Manoscritti del 1844 e L’ideologia tedesca). Non solo Marx, ovviamente. Ma a Marx è importante riferirsi per l’impatto rivoluzionario della sua sociologia. E’ noto: chi crea il valore ne è poi spossessato, e nel processo derivato della circolazione si innesta una contraddizione altrettanto irrisolvibile, specchio appunto dell’espropriazione nel processo produttivo. Ma nella società di massa dopo il primo conflitto mondiale, la contraddizione si è tentata di risolverla almeno nella fase della circolazione attraverso la spesa sociale e il welfare pagati dopo il 1971 (disancoraggio del dollaro dall’oro) con monete inflazionate che i paesi arabi produttori di petrolio erano restii a incassare ai valori storici dopo il 1973 (quarta guerra arabo-israeliana). E’ allora che nasce il neoliberismo, maturato in globalizzazione dopo il crollo dell’URSS nel 1989 e consentito dalla rivoluzione telematica nelle comunicazioni e dall’informatica nel processo produttivo.
Delocalizzazione, frammentazione delle catene produttive e sostituzione robotica del lavoro umano hanno reso il lavoro un privilegio. Ma allora- ecco un’altra domanda- dal punto di vista marxista: pur ridotta numericamente e sprovvista di consolidati strumenti culturali, la classe operaia è ancora il motore della rivoluzione mentre se ne registrano opzioni elettorali favorevoli alle destre populiste? Dalla condizione obiettiva e comune del lavoro parcellizzato può svilupparsi una soggettività politica condivisa? E i contadini e i poveri urbani, i lavoratori informali, marginali e sottoproletariato come possono superare la frammentazione individualistica, e aggregarsi a un percorso rivoluzionario stretti fra le necessità quotidiane e le trattenute di una cultura che li sollecita al compromesso clientelare? E i giovani che ignorano la fatica delle Resistenze sono poi disponibili a rinunciare all’effimero e a consumi diffusi in nome della salvaguardia ambientale?

A “rendere gli schiavi maturi per la libertà” non basta rivolgere le armi contro i governi bellicisti come nel 1917, né occupare il palazzo. Per dirla con uno slogan del gruppo ahimè vecchio de “il manifesto”- bisogna prefigurare e praticare gli obiettivi. Il mezzo non è cioè neutro rispetto al fine, e dovremmo esserne edotti dall’esperienza storica del socialismo reale. Dagli anni Venti alla Guerra Fredda le ininterrotte minacce alla “sicurezza collettiva” schiacciarono l’utopia socialista, esasperarono il confronto interno ai gruppi dirigenti bolscevichi, resero interscambiabili i diritti politici con i diritti sociali, allinearono l’internazionalismo alle mete della politica estera sovietica.

I fini rivoluzionari vanno dunque aggiornati a partire dalle emergenze attuali: la finanza non è uno strumento per l’economia reale, la produzione non provvede di beni se non selezionando i consumatori e distruggendo l’ambiente, i diritti liberaldemocratici devono costituire il terreno di lotta per l’egemonia culturale e non un’ideale astratto che può essere sacrificato nell’irrompere delle crisi o a seguito di minacce esterne, la parità di genere è il fondamento di un’uguaglianza effettiva, l’internazionalismo è opposto a nazione e globalizzazione.

La carica rivoluzionaria del costituzionalismo contemporaneo e i suoi nemici

di Gaetano Silvestri

JEAN FRANCOIS DUMONT (ROUEN 1667 – VIENNA 1727)
“VAISSEAUX EN FEU DANS LE PORT DE MESSINE” PARIGI, 1750
CA, INCISIONE IN RAME SU CARTA, ACQUERELLATA A MANO, CM
21,5 X 39 (PARTE INCISA). VUES D’OPTIQUE

Il crollo dell’URSS e la rapida trasformazione capitalistica della Russia avevano nutrito le speranze di quanti aspiravano ad un modello unico di produzione e di sviluppo basato sul liberismo, la proprietà privata e il mercato. I conflitti di classe ed internazionali sarebbero via via diminuiti sino a sparire. Questa e non altro era la “fine della storia”, di cui tanto si è discusso, spesso vanamente. Nel fuoco delle polemiche immediate, seguite all’immane evento della crisi mortale di un sistema che aveva, bene o male, retto per molti decenni e trasformato un Paese arretrato in una delle due massime potenze mondiali, si perse di vista (o quasi) una continuità storica, che pure era sotto gli occhi di tutti: la persistenza dell’autoritarismo politico – già ereditato dallo zarismo e perfezionato dallo stalinismo – che a quel punto appariva l’involucro migliore delle tendenze monopolistiche del nuovo capitalismo. Dopo una breve caotica parentesi (il periodo di Eltsin) le istituzioni della Federazione russa si assestarono su un regime di leaderismo presidenzialistico solo lievemente mitigato dai poteri di un parlamento (la Duma) di solito plaudente.

In Russia, e prima ancora in Cina, l’insorgere impetuoso di un capitalismo che potremmo definire selvaggio si accompagnava al consolidarsi di un potere politico autoritario ed oligarchico malamente mascherato dalla propaganda ufficiale, che in Cina si ostinava ad usurpare l’aggettivo “comunista”. Se tuttavia diamo uno sguardo allo scenario economico-politico mondiale ci accorgiamo che al persistere dell’autoritarismo di origine sovietica nella nuova Russia capitalistica si accompagnavano, nei Paesi capitalistici che avevano conosciuto i percorsi aperti dalle grandi rivoluzioni borghesi della fine del XVIII e XIX secolo, forme diverse, ma convergenti, di irrigidimento autoritario e di rinnovata aggressività imperialista, questi ultimi male occultati sotto l’etichetta della tutela dei diritti umani.

Gli esempi in proposito potrebbero moltiplicarsi. Mi limito ad accennare a due vicende, che mi sembrano paradigmatiche dell’uno e dell’altra: la tendenza “imperiale” di molti Presidenti americani e l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti (coadiuvati dalla Gran Bretagna).

Lo spettacolo agghiacciante dell’assalto al Congresso USA da parte di gruppi violenti aizzati da un Presidente uscente che non voleva uscire faceva riemergere le pulsioni autoritarie dell’epoca di Nixon, solo temporaneamente contrastate nelle loro manifestazioni macroscopiche, ma perduranti in una continua e meno appariscente erosione, nella prassi quotidiana, del principio liberale della separazione dei poteri.

L’invasione dell’Iraq – per il conclamato obiettivo di abbattere la dittatura di Saddam Hussein e con il pretesto di inesistenti armi di distruzione di massa – costituisce il risvolto esterno del suaccennato processo di irrigidimento autoritario camuffato. Anni prima il mondo aveva assistito alla guerra delle Maldive (o Falkland), nella quale il regime militare argentino era palesemente l’aggressore e il Regno Unito l’aggredito, ma si dimenticava la posizione geografica di queste isole e non ci si poneva la domanda se, per caso, il dominio britannico in quei territori non fosse un residuo del colonialismo, non certo democratico e pacifista.

Anche l’aggressione all’Ucraina da parte della Russia di Putin è stata motivata dal governo russo con l’esigenza di reprimere rigurgiti di nazismo che in effetti si erano manifestati negli ultimi tempi, ma che erano rimasti sotto traccia sin dalla fine della seconda guerra mondiale. In realtà è in atto lo scontro tra due nazionalismi, il che ovviamente non può dare alcuna giustificazione all’invasione imperialistica russa ed alle atrocità che si registrano quotidianamente, così come non fu possibile, né sarebbe stato accettabile, giustificare l’invasione tedesca della Polonia basandosi sull’autoritarismo dei militari polacchi.

Ogni vicenda storica ha le sue specificità e bisogna guardarsi da rozze generalizzazioni e semplificazioni. Non si può non notare però che oggi, come nel Novecento, autoritarismo e imperialismo camminano ora insieme ora per strade separate, ma convergenti. Globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia contribuiscono in modo potente ad accentuare questi fenomeni, mentre il fallimento di esperimenti di liberismo estremo (come nel Cile di Pinochet) non scoraggia tuttora l’attacco ai diritti sociali, che assume nomi diversi (austerità, rigore finanziario, controllo del debito pubblico etc.), ma conserva la medesima sostanza. Una novità relativamente recente è l’allontanamento dalle politiche sociali redistributive dei partiti (o di ciò che ne resta) della sinistra tradizionale ed il riempimento del vuoto da questi lasciato ad opera di movimenti politici di destra, che diventano populisti, come peraltro i fascismi storici.

Occorre partire dall’incompletezza delle rivoluzioni borghesi del XVIII e del XIX secolo per comprendere le ragioni profonde della catastrofe della democrazia che si verificò in quasi tutta Europa nella prima metà del XX. Già prima della Rivoluzione francese del 1789, la Rivoluzione americana proclamò il principio di uguaglianza senza abolire lo schiavismo, lasciando irrisolta una contraddizione reale (per dirla in linguaggio marxista) destinata ad esplodere successivamente in una sanguinosa guerra civile tra Nord industriale e Sud agricolo. La stessa Rivoluzione francese, dall’avvento prima del Direttorio e poi di Bonaparte portò al consolidamento di un dominio di classe vestito dei panni dell’astrazione giuridica del codice napoleonico, che si avvalse tuttavia, per gran parte del secolo, dell’autoritarismo politico. Gli Stati nazionali in Italia e in Germania si formarono sulla base di una pseudo-democrazia censitaria che covava dentro di sé la contraddizione di una lotta di classe divenuta accesa, e perciò più visibile, dopo la prima guerra mondiale, in Italia con le lotte operaie del “biennio rosso” e dell’occupazione delle fabbriche e in Germania con gli scontri sociali del periodo weimariano. Nel XX secolo, la Repubblica spagnola venne annientata dalla destra clerico-militare di Franco appoggiata, anche con le armi, dalle dittature fasciste italiana e tedesca. Queste ultime si erano affermate nei rispettivi Paesi come reazione violenta, ideologicamente sorretta da miti nazionalisti, di una borghesia impaurita dalle rivendicazioni popolari.

Le cause delle vicende storiche cui ho fuggevolmente accennato sono molteplici e complesse. Mi sembra utile prendere in considerazione una di esse, perché proietta, a mio avviso, i suoi effetti ancora oggi: la scissione tra democrazia politica e democrazia sociale. Sino alla fine della seconda guerra mondiale, l’opposizione tra l’una e l’altra forma di democrazia aveva dato luogo a scontri e massacri, giacché le classi borghesi ritenevano che la democrazia politica, peraltro elitaria, fosse il punto di arrivo del processo rivoluzionario iniziato alla fine del Settecento, mentre le classi proletarie oppresse svalorizzavano – anche per l’influsso di una ricezione dogmatica del marxismo – gli istituti del liberalismo istituzionale, ritenendoli, puramente e semplicemente, schermi ideologici del dominio di classe. Lenin irrise alle assemblee rappresentative, definendole “mulini di parole”, mentre veniva rispolverata l’ironica definizione che Donoso Cortés, successivamente seguito da Carl Schmitt, dava alla borghesia “democratica”: clasa discutidora. I fautori della democrazia politica di stampo liberale erano sbeffeggiati, da sinistra come da destra, come chiacchieroni inconcludenti, difensori di libertà illusorie, mentre, all’opposto, i propugnatori della democrazia sociale erano bollati come “sovversivi”.

Ci volle quello che Adorno chiamò “orrore assoluto”, Auschwitz, per comprendere che bisognava fare qualcosa per superare una dicotomia che affondava le sue radici nella divisione in classi della società e metteva continuamente in crisi le istituzioni liberali. Già Roosevelt negli USA, con il New Deal, aveva tentato una risposta al dilemma, purtroppo limitata nel tempo e, nel caso delle famose “quattro libertà” (di parola, di religione, dalla paura e dal bisogno) rimasta inattuata. Dopo il crollo delle dittature nazi-fasciste videro la luce, prima in Italia e poi in Germania, Carte costituzionali di tipo nuovo, che per la prima volta nella storia – se si eccettua il debole esperimento di Weimar – tentavano di coniugare, specie quella italiana, democrazia politica e sociale, andando, a mio parere, oltre il “compromesso” – di cui si parla spesso con intenti svalutativi – per attingere ad un risultato di vera e propria “fusione” tra diritti civili, politici e sociali e quindi tra democrazia politica e sociale.

Si trattava di una rivoluzione radicale. Si comprendono bene quindi i tentativi, a lungo riusciti, di congelare il dettato costituzionale più innovativo. Per quanto riguarda l’Italia, il “disgelo” costituzionale – con l’attuazione concreta della Corte costituzionale, del Consiglio superiore della magistratura e delle Regioni – non graziosa concessione, ma frutto di decennali lotte di massa, fu prodromico ad una stagione di riforme (assistenza sanitaria, statuto dei lavoratori, nazionalizzazione dell’industria elettrica etc.) destinata, assieme ad altre che avrebbero dovuto arrivare, a porre le premesse della fusione di cui sopra.

Prendendo spunto dalla tragedia del Cile – che aveva drammaticamente riproposto i termini dell’antica scissione – le menti più aperte negli opposti schieramenti politici ricominciarono a riflettere su un tema lasciato in disparte per lungo tempo: l’obiettiva comunanza di interessi tra persone appartenenti alle stesse classi sociali, ma aderenti a ideologie e partiti politici differenti. Appariva necessario rinnovare il patto della Costituente, nel segno di una progressiva attuazione della Costituzione, a cominciare dalla sue disposizioni di principio  Si trattava di orientamenti di grandi masse di donne e uomini, che solo per comodità espositiva possiamo riassumere nei nomi di Enrico Berlinguer e Aldo Moro. La strada che veniva tracciata, per quanto pacifica, era tuttavia insopportabile per gli interessi delle classi dominanti e pertanto uno dei due interlocutori principali, il “traditore” Moro, veniva spietatamente eliminato, al culmine di una cupa stagione di violenze anarcoidi, stragi fasciste e ambiguo terrorismo. L’esperimento italiano, con tutti i suoi limiti, dava fastidio ad entrambe le superpotenze che allora si spartivano il mondo, ai capitalisti americani come ai burocrati sovietici. Kennedy era stato assassinato, Krusciov era stato defenestrato dal potere, Giovanni XXIII era provvidenzialmente morto per cause naturali; non c’era alcuna voglia di altre figure scomode.

La scoperta del cadavere del leader DC nel bagagliaio di una macchina segnò l’inizio di una normalizzazione all’insegna di un becero edonismo individualistico e della disgregazione politica e sociale. Oggi ci troviamo immersi in una società ridotta in frantumi, dove la cultura dominante ha buttato in mare le idee assieme alle ideologie. I partiti politici, così come sono profilati dall’art. 49 della Costituzione, sono defunti e seppelliti. Al loro posto occupano la scena piccoli personaggi di transitoria notorietà, che si azzuffano tra di loro per accaparrarsi un effimero consenso derivante da promesse di elargizioni dall’alto di stampo neo-borbonico. Si progettano riforme costituzionali tutt’altro che rivoluzionarie, basate sull’antico mito del “capo”, che tanto ha affascinato le masse nella prima metà del Novecento. Lo spirito antiparlamentare risorge ovunque, non solo in Italia, giacché l’esistenza di rappresentanti del popolo con il potere di legiferare rimane un rischio potenziale per chi vuole a tutti costi perpetuare la scissione tra democrazia politica e democrazia sociale. Lo aveva già capito il vecchio Engels, ragionando sugli effetti di una possibile introduzione del suffragio universale.

La democrazia pluralistica, fondata sulla rappresentanza politica e la separazione dei poteri, viene continuamente sommersa dalla “folla solitaria”, in cui l’individuo isolato si esalta nella massa e aspira ad acclamare un capo. Questa è la vera base del fascismo. Sorprende che anche pretesi intellettuali neghino tale realtà, ripetendo che non si vedono (tranne casi folkloristici) camice nere, stivaloni e gagliardetti. Quasi superfluo dire che quand’anche li vedessero sarebbe comunque troppo tardi.

Nell’epoca presente la lotta per la Costituzione non è conservatrice, ma, al contrario, autenticamente rivoluzionaria, giacché la sua corretta attuazione non avrebbe soltanto effetti di trasformazione dell’assetto economico-sociale esistente, ma forse, potrebbe salvaguardare i rivolgimenti sociali da un male ricorrente nella storia degli ultimi secoli: la conversione della valenza liberatrice della rivoluzione in forza oppressiva della dittatura. Si tratta di un processo degenerativo indotto all’inizio dalla necessità di fronteggiare reazioni violente dei difensori del vecchio assetto e quindi, paradossalmente, dalla tenace volontà di preservare in permanenza l’effetto liberatorio ed accelerare nonché consolidare la costruzione di un nuovo sistema. Sia in Francia che in Russia si ritenne possibile, e addirittura necessario, porre la dittatura al servizio della libertà, con i risultati disastrosi che conosciamo: la libertà disparve o non sorse mai, la dittatura rimase. Proprio la scissione tra libertà formali “borghesi” e liberazione dallo sfruttamento capitalistico indusse erroneamente ad interpretare la marxiana “dittatura del proletariato” come dittatura ad un tempo politica e di classe, avviandosi, come in effetti è avvenuto, sulla strada della dittatura di un partito o di una persona circondata da una stretta oligarchia.

Il sistema di pesi e contrappesi del costituzionalismo “borghese” moderno potrebbe evitare la contraddizione del volontarismo rivoluzionario (da Robespierre a Lenin e poi a Stalin) che ha tentato di porre in atto l’auspicio di Rousseau di “costringere i cittadini ad essere liberi”. Il fascino di questa contraddizione ha già provocato troppi danni per farsene ancora irretire.

Se ci pensiamo bene, il costituzionalismo è anch’esso un’utopia, che esercita una forza trainante e fortemente innovativa quando le contraddizioni reali, cioè gli scontri di interessi, creano le condizioni per salti qualitativi nella direzione di una crescente saldatura tra democrazia politica e democrazia sociale. L’equilibrio costituzionale non è, per sua natura, conservatore. Al contrario, esso può essere una garanzia contro forzature volontaristiche che sfociano in opprimenti regimi autoritari, che sono, a dispetto di ogni artificio dialettico, il contrario di qualunque forma di libertà.

Sì, la rivoluzione…

di Luca Cangemi

JOHANNES WILHJELM (NAKSKOV, 7 GENNAIO 1868-
COPENAGHEN, 22 DICEMBRE 1938) “PORTO DI PORSGRUNN”
1899 – OLIO SU TELA, CM 37X75

Federico Martino compie un atto coraggioso, forse temerario, sicuramente necessario, proponendoci di tornare a mettere a tema il concetto di Rivoluzione.
Non c’è parola più omessa e manomessa di questa nel panorama intellettuale dominante. Essa ha subito da gran tempo un attacco concentrico sul piano filosofico, storico, politico. La criminalizzazione del termine e del suo significato storicamente determinato ha proceduto lungo la via di revisionismi storici (che hanno colpito non solo Marx, Lenin e Mao, ma persino i Giacobini) ed è stata proclamata da assise parlamentari più o meno autorevoli, come quella che, senza poteri e dignità, pretende di rappresentare i popoli dell’Unione Europea. La parola è divenuta, quindi, “indicibile”, oppure, peggio ancora, parte di espressioni (“rivoluzione colorata”, per esempio) che ne capovolgono il senso, designando esperienze assai più vicine a ciò che la tradizione designa come “controrivoluzione”.

Eppure, il nodo della Rivoluzione, come una maledizione, o come una possibile benedizione, ci torna davanti.

Sì, la Rivoluzione, o meglio l’esigenza di essa, è attuale nel suo significato classico di processo teso a realizzare una Società rispondente alle esigenze di un modo di produzione in via di affermazione (come scrive Martino) mentre appare sempre più evidente l’incapacità del modo di produzione dominante di risolvere i problemi che si pongono di fronte alla società stessa. Perché l’incapacità del modo di produzione capitalistico che domina il globo appare non solo indiscutibile, ma anche sempre più chiara.
Pur con tutta la cautela storicamente necessaria quando si usa l’espressione “crisi del capitalismo”, non si può negare che proprio di fronte a questo siamo. Una dispiegata crisi del modo di produzione vigente, che motiva e unifica la crisi economica manifestatisi nel 2008 (e mai più risolta), la crisi ambientale, sempre più dirompente, la crisi pandemica, la crisi militare del 2022. Una crisi d’intensità, durata e conseguenze inedite. Ancor più significativa, se possibile, è la crisi di egemonia che il modello capitalista attraversa. Potremmo dire che siamo in quella che lo storico marxista indiano Ranjit Guaha chiama, lavorando creativamente su Gramsci, «dominance without hegemony». Il sistema capitalista domina ma non convince. E ciò solo a poca distanza da quegli anni ’90 che erano stati annunciati come l’inizio di un mondo pacificato sotto il mercato, se non addirittura come la fine della Storia. Le manifestazioni e le conseguenze di questa crisi di egemonia, di cultura e di consenso sono tra le più varie. Nel cuore della metropoli capitalista (e della scienza piegata alle esigenze del capitale), gli Usa in primo luogo, esse si manifestano in un’ondata d’irrazionalismo, davvero impressionante, che inizia ad assumere anche influenza politica diretta. Dovunque si diffonde una sfiducia radicale nei confronti delle élite politiche e intellettuali e, con particolare virulenza, si moltiplica la critica di massa nei confronti del sistema informativo. È, quest’ultima, una considerazione di grande rilievo, se pensiamo al ruolo, quasi onnipotente, che il sistema dell’informazione, assolutamente dominato dagli USA e dall’anglosfera, riveste nell’impianto di potere globale.

Eppure, l’eco internazionale che ha avuto la sfida lanciata da Julian Assange al monopolio della verità detenuto dagli USA, o, per altri versi, gli stessi orientamenti dell’opinione pubblica sul conflitto in Ucraina (largamente dissonanti dalle linee totalitariamente imposte dai mezzi di comunicazione di massa) non sono fenomeni spiegabili se non con una percezione inedita, ma progressivamente consolidata, che il sistema informativo dominante è una “fabbrica del falso”.

Il capitalismo contemporaneo registra una disfatta evidente anche rispetto ai tratti più caratteristici della sua costruzione materiale e ideologica: la fiducia in un mercato autoregolantesi e l’azzeramento della politica.

Per dirla brevemente e rozzamente: quando lo stato deve intervenire per salvare le banche, è assai difficile sostenere credibilmente che solo il mercato deve gestire scuole e ospedali.

E allora? Se le cose stanno più o meno così, vi sono risposte possibili?

Vi sono risposte che non solo non sono risolutive, ma anzi alludono a un possibile avvitamento della crisi.
La prima è la risposta “riformista”, cioè la possibile manutenzione del sistema vigente, cercando di smorzarne i tratti più aspri, ma confermandone le dinamiche fondamentali. Il famoso mosaico di interventi post pandemia «Next generation UE» ne è forse l’esempio più organico e più ambizioso. La risposta “riformista” è, però, resa debolissima dalla sua limitatezza e anche dal discredito che hanno accumulato negli ultimi tre decenni le forze (e le stesse culture politiche) che ne dovrebbero essere protagoniste. La guerra ha di fatto messo fine, anche in linea teorica, a questa ipotesi. In particolare in Europa.
Più incisiva appare l’inquietante risposta che viene da una destra radicale (impropriamente chiamata “populista” o “sovranista”) capace, in diversi contesti e in diversi momenti, di occultare il carattere di classe dell’oppressione sociale e della sua stessa azione, proponendo altre linee di frattura (spesso usando varie forme di razzismo) ed egemonizzando parte consistente degli stessi soggetti sociali colpiti dalla crisi.
Anche la risposta di destra, però, sta incontrando difficoltà enormi, che nascono dai limiti dei propri gruppi dirigenti e, soprattutto, dall’impossibilità, nelle condizioni date, di consolidare un blocco sociale sufficientemente ampio attorno ai nuclei più retrivi delle borghesie nazionali.
Il carattere di confusione estrema nelle istituzioni occidentali (ricordiamo, solo per parlare dei paesi maggiori, che negli USA il presidente attuale e il suo predecessore sono sotto inchiesta e in Gran Bretagna, nel giro di pochi mesi, si sono succeduti tre primi ministri) ha alla radice la generale assenza di risposte politiche “alte”, efficaci ad affrontare una situazione che sembra senza via d’uscita.
In questa condizione, come dice Martino,“il rifiuto della Rivoluzione ci respinge in quella parte di Natura che non ha coscienza di sé e la rinuncia a cercare un altro Mondo ci consegna alla barbarie”.

È quindi passaggio essenziale “riabilitare” il concetto di Rivoluzione, vincere la paura strutturale e, direi, esistenziale, che hanno i rivoluzionari dell’«infinita immensità dei loro propri scopi», come dice Marx ne Il 18 brumaio.

Passaggio ineludibile, dunque, ma – certo- passaggio iniziale. Affermare l’attualità del concetto di Rivoluzione apre un discorso di straordinaria complessità sui caratteri attuali e necessari della Rivoluzione.
Come la fase declinante della globalizzazione capitalistica struttura i rapporti tra classi e nazioni, dal punto di vista di un “progetto rivoluzionario”? È possibile lavorare sulle contraddizioni tra aree diverse del mondo, che la crisi attuale ci consegna, per aprire una fase di transizione? Le innovazioni tecnologiche così pervasive a cui assistiamo e che sono annunciate (basti pensare agli sviluppi dell’intelligenza artificiale) fino a che punto premono sui confini del modo di produzione capitalistico e costruiscono, già oggi, le condizioni per un futuro modello di relazioni?
Domande (queste e molte altre) di aspra difficoltà, che necessitano di un impegno intellettuale che vinca pigrizia e rassegnazione. È a questo impegno che Federico Martino ci chiama con il suo articolo, e di questo dobbiamo ringraziarlo.