1943. Testimonianza di un assassinio fascista fra San Fratello e Acquedolci

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di Franca Sinagra Brisca

Un’anziana commenta con “non mu pozzu scurdari…” l’episodio a cui ha assistito da bambina (sei anni) nelle campagne fra Acquedolci e San Fratello, dove la famigliola di genitori e tre fratelli si era rifugiata sfollata.

“Ero sfollata con la famiglia nella contrada Eccellente, una campagna lontana verso San Fratello, in un casale grande, dove c’erano altre almeno cinque famiglie di sfollati e casette tutt’intorno. All’inizio, partiti con gran trambusto la sera da Acquedolci, ci siamo fermati sotto una pietra grande come una grotta, dove siamo stati messi a dormire i bambini con le coperte. La mattina ci siamo incamminati verso l’alto e all’arrivo siamo stati messi in una stanza noi cinque di famiglia. Ricordo che nel “chiano” / nell’aia, c’era un pentolone dove si bollivano le pere e i bambini andavano a mangiarle a volontà. C’era il forno a pietra e tutto quanto serviva per vivere in comunità in periodo di necessità. C’era un pozzo pieno di frumento dove si erano imbucati due uomini di famiglia, uno di essi era mio padre. Una mattina, dalla sterrata che costeggiava il bosco in alto e portava verso la costa, arriva un giovane, direi di 20 o 22 anni, che dice di essere scappato dai tedeschi; le mamme lo volevano nascondere, ma lui le ha avvertite che i tedeschi avrebbero ucciso tutti se l’avessero trovato con loro. Se ne andò scendendo per la strada, ma arrivarono dopo poco due tedeschi con le armi spianate che cercavano il giovane nel bosco, ma la gente disse che non avevano visto nessuno. Le famiglie si rinchiusero in casa e si misero alle finestre, da dove seguivano il giovane a distanza. I tedeschi che l’avevano presto avvistato, intimatogli forte l’alt, gli spararono in testa nonostante si fosse arreso e voltato con le mani alzate, e detto l’ultima parola “mamma”.  I tedeschi a calci buttarono il cadavere in un fosso là vicino e se ne andarono.

I miei fratelli, dopo qualche tempo sono andati a dare sepoltura al morto avvolgendolo in un lenzuolo e ricoprendolo di ramaglia e fogliame, ma prima gli tolsero un anello e la tessera di riconoscimento dove il nome era Giovanni, ma non ricordo il cognome. Dopo che fummo ritornati al paese, dove trovammo la casa completamente distrutta con nulla più di usabile, i fratelli hanno raccontato il fatto dell’assassinio al parroco, arciprete Antonino Di Pace, gli hanno consegnato gli oggetti e si sono raccomandati che facesse delle ricerche per avvisare la famiglia del morto. So che siamo stati contenti perché il parroco ritrovò i familiari.

Della guerra non ricordo altro, solo un tizio da Siracusa che aveva il volto sfigurato inguardabile, accompagnato da un ragazzo di servizio. Quell’episodio m’è rimasto impresso, non lo posso scordare, e noi bambini che quel giorno piangevamo appresso alle mamme sconvolte dall’aver assistito all’assassinio di un povero giovane che si era arreso”.

Il racconto permette di datare il fatto narrato nell’estate del ’43, quando i tedeschi erano in ritirata incattiviti più del solito, braccati dall’avanzata alleata e prima dei bombardamenti di Palermo e di Messina (agosto ’43). Per l’identificazione geografica diciamo che la grotta che l’anziana cita nella prima parte del racconto, dove gli sfollati appiedati sostarono per riposo al viaggio, potrebbe corrispondere alla odierna zona archeologica di Acquedolci, dove è stata rinvenuta (1937) Thea (lo scheletro della prima donna siciliana, 14 mila anni, ricomposta oggi nel museo di Palermo). La località, che la signora Pina Giardinieri chiama col nome “Eccellente”, era una contrada di mezzadri/coloni di un ricco proprietario sanfratellano, descritta come un accumulo di casette, certo intorno alla masseria, tipico insediamento rurale in Sicilia.

Il giovane, alla cui esecuzione gli sfollati assistettero, sarà stato forse un disertore, come ce n’erano molti che rifiutavano la guerra al rientro in licenza, delusi dall’alleanza con i tedeschi: vogliamo pensarlo un uomo coscienzioso e a commento della sua triste fine ricordare la profezia virgiliana “nulla salus in bello!” (non c’è salvezza nella guerra!).

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