
Oggi qui a Messina come in tutta Italia celebriamo la Liberazione dal fascismo e dall’occupazione nazista.
E’ il nostro 25 aprile 2026 quando accanto alla Liberazione, celebriamo la vittoria della Repubblica, la conquista del voto alle donne, la nascita dell’Assemblea Costituente.
Si avvia la ricostruzione di un Paese diverso da quello fascista, ma anche da quello preventennio, si pongono le basi della Costituzione che fonda la Repubblica democratica sul lavoro e sul ripudio della guerra.
Il 25 aprile ci ricorda l’insurrezione che partita da Genova, Torino e Milano, si diffuse nel Nord Italia e segnò il momento decisivo della Guerra di Liberazione, combattuta per circa venti mesi da patrioti, partigiani e antifascisti contro i nazisti e i fascisti della Repubblica di Salò, un regime fantoccio creato dalla Germania nazista. Con decreto del 1946, il governo di Alcide De Gasperi ne fece festa nazionale.
L’amnistia emanata il 22 giugno 1946 da Palmiro Togliatti, allora Ministro di Grazia e Giustizia del governo De Gasperi e segretario del PCI, è un passaggio cruciale e controverso nella storia post-fascista italiana. Spesso definita un “colpo di spugna”, segnò la transizione verso la democrazia favorendo una pacificazione nazionale necessaria dopo la guerra civile, ma vanificando una profonda epurazione e l’esito giudiziario dei crimini del regime. Liberò migliaia di fascisti, anche responsabili di atrocità che non furono considerate tali. La misura provocò reazioni negative tra partigiani, cittadini comuni e forze politiche. Essa contribuì a un oblio collettivo sui crimini del ventennio e permise che rimanessero narrazioni distorte su Mussolini, il suo regime e le sue scelte: omicidi politici, leggi razziali, guerre.
Tra il 1943 e il 1945, decine di migliaia di civili furono vittime di 2273 stragi compiute da nazisti e fascisti in Italia.
Stragi note come Stazzema e Marzabotto, insieme ad altre meno conosciute come quella di Chiusa Gesso a Messina, raccontano questa tragedia. Dopo la Liberazione, molti colpevoli furono identificati e indagati, ma nel 1947 i fascicoli sui responsabili furono sepolti in un armadio nella Procura generale militare. Nessuna istruttoria, nessun processo: un silenzio imposto dalla logica dei blocchi. Solo mezzo secolo dopo, quel vecchio armadio nascosto e chiuso a chiave venne scoperto. Nel frattempo, gli assassini hanno goduto di ottant’anni di impunità, infliggendo un’ingiustizia gravissima al popolo italiano.
Tuttavia, la storia non si riscrive e la verità rimane unica e potente. La storiografia ha analizzato in profondità il fenomeno del fascismo e la figura di Mussolini. La maggior parte degli studiosi ha delineato un quadro che ritrae il regime come dispotico, violento e assassino, miope e perlopiù inefficiente: giudizio supportato da una mole considerevole di dati inoppugnabili e testimonianze certe. Un tema centrale è la decostruzione del luogo comune secondo cui “Mussolini ha fatto anche cose buone”. Previdenza sociale, bonifiche, edilizia popolare e modernizzazione vanno analizzate criticamente, mostrando come molte di queste politiche fossero state avviate ben prima del 1922 dai governi liberali o, nel migliore dei casi, riorganizzate dal fascismo senza apporti sostanziali. Il regime si limitò spesso a centralizzare strutture esistenti, appropriandosi di risultati altrui e trasformandoli in strumenti di legittimazione politica. Sul piano sociale e politico, il fascismo rivelò una natura profondamente oppressiva, soprattutto nei confronti del mondo del lavoro.
L’imposizione del monopolio dei sindacati fascisti e il divieto di sciopero e serrata annullarono ogni forma di autonomia, subordinando lavoratori e imprenditori allo Stato-partito. Lungi dall’essere un regime “legalitario”, il fascismo costruì il proprio potere attraverso, clientele, corruzione, violenze squadriste e assassinio degli oppositori, come fu l’omicidio di Giacomo Matteotti tra i tanti.
Anche la retorica del “popolo in armi” e dell’efficienza militare si scontra con una realtà fatta di sconfitte, improvvisazione e brutalità, sia nelle campagne coloniali sia nella Seconda guerra mondiale. La ricerca storica insiste inoltre sul carattere razzista e militarista del fascismo, mettendo in luce la continuità tra le politiche coloniali, le leggi razziali nelle colonie africane e quelle antiebraiche del 1938 in Italia, nonché il rapporto di emulazione e convergenza con il nazismo. L’esperienza bellica si rivelò infine fatale al regime: l’incapacità militare ed economica, le sconfitte sul campo, i bombardamenti e l’invasione alleata provocarono il crollo del consenso, mostrando la distanza abissale tra propaganda e realtà.
Nel presente, permane tuttavia una memoria distorta del fascismo, alimentata da semplificazioni e narrazioni fuorvianti, che ha attenuato la percezione storica delle responsabilità del regime: affrontare senza autoassoluzioni il passato fascista non è un esercizio puramente accademico, ma un’esigenza civile e politica.
La memoria della Liberazione resta fondamento della democrazia italiana e monito contro ogni deformazione della verità storica.
In questo senso, la celebre frase attribuita al Presidente Sandro Pertini — «il fascismo non è un’opinione, è un crimine» — esprime con chiarezza il giudizio storico e civile sul regime.
La Costituzione Italiana nella XII Disposizione Transitoria e Finale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La Legge Scelba del 1952 attua la disposizione costituzionale, punendo chi promuove o organizza la riorganizzazione del partito fascista, o chi fa propaganda per la creazione di associazioni o movimenti fascisti, o esalta esponenti o fatti del fascismo. La Legge Mancino del 1993 punisce l’odio, la propaganda e l’incitamento alla violenza su base ideologica e razziale. Chi richiama, giustifica o legittima il fascismo non esercita libertà di espressione: viola la legge e la Costituzione.
In questa Festa della Liberazione si ricorda altresì l’ottantesimo anniversario della conquista dei diritti civili e politici da parte delle donne italiane. Durante il fascismo, esse furono escluse dalla vita pubblica, private del voto amministrativo e confinate in un modello che le voleva unicamente madri e spose, funzionali alla crescita demografica della nazione.
Inquadrate nelle organizzazioni di regime, subirono un’intensa opera di indottrinamento: ma nonostante il tentativo di confinarle nella sfera domestica, molte donne italiane hanno vissuto una realtà complessa, tra propaganda e partecipazione forzata alle organizzazioni di regime opponendo, in alcuni casi, attiva resistenza antifascista.
Durante la Seconda Guerra Mondiale e la lotta di Liberazione, le donne sono state protagoniste centrali della Resistenza italiana, assumendo ruoli vari e cruciali come staffette, infermiere, propagandiste, combattenti e anche comandanti. Circa 35.000 vennero ufficialmente riconosciute come partecipanti attive, affrontando enormi sacrifici, tra cui arresti, torture, deportazioni e perdite di vite umane. Esse operarono sia nelle città, con la Resistenza politica e civile, sia nei territori rurali e montani, dove spesso agivano come staffette, essenziali per i collegamenti. Le donne divennero anche protagoniste di scioperi e manifestazioni antifasciste negli ambienti industriali e diedero vita ai “Gruppi di Difesa della Donna”, finalizzati a garantire diritti e sostegno alle lavoratrici e ai loro figli durante un periodo di forte instabilità sociale. Questa partecipazione non solo favorì la liberazione dalla dittatura, ma aprì anche la strada alla successiva acquisizione di diritti civili e politici nel dopoguerra divenendo un presupposto fondamentale per la partecipazione alle elezioni del 2 giugno 1946, data in cui le donne italiane hanno esercitato per la prima volta il diritto al voto, contribuendo alla scelta tra monarchia e repubblica. Questo evento ha rappresentato non solo la nascita della Repubblica Italiana, ma anche un passo decisivo per il riconoscimento della piena cittadinanza delle donne nel nuovo contesto democratico del Paese.
Tale traguardo, impensabile durante il regime fascista, coronava un lungo percorso iniziato nel XIX secolo con le battaglie femministe e consolidato dall’impegno delle donne durante la lotta di liberazione. In questo contesto politico, 21 donne vennero elette all’Assemblea Costituente, note come “madri costituenti” a cui Messina ha dedicato altrettante strade. Esse rappresentavano una pluralità culturale, geografica e generazionale: tra i principali schieramenti politici si contavano nove comuniste, nove democristiane, due socialiste e una del Fronte dell’Uomo Qualunque. Il loro contributo fu determinante nelle riforme politiche che seguirono, segnando l’affermazione del ruolo delle donne nella sfera pubblica.
Oggi ci sembra doveroso ricordare tra loro le donne messinesi di nascita e di adozione che furono eccezionali protagoniste della Lotta di Liberazione: Maria Ciofalo, Maria Antonietta Muscarà, Elena Nardari, Maria Gurreri, Eliana Giorli, Anna Maria Reale, Emma Moscato, Egle Segré, Eva Maria Levy, Fausta Segrè, Maria Bruno, Maria Anastasi, Lidia De Salvo, Giulia Cattaneo di Sedrano, Carmela Del Vecchio, Giuseppina Giunta, Maria Ferra, Rosina Le Causi, Carmela Macrì, Luciana Mignecco, Rosalba Mosca, Carmela Russotti, Maria Nesci, Letteria Melandri, Valeria Jülg. Furono ben 70.000 quelle che parteciparono alla Resistenza. Di queste, 35.000 sono state riconosciute combattenti; a 500 furono affidati compiti di comando, anche militare e quelle che ricevettero la medaglia d’oro al valor militare sono state 19.
Enorme il tributo di sangue e sofferenza: 4.653 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 2.756 le deportate nei lager tedeschi; 2.900 quelle giustiziate o uccise in combattimento; oltre 1.700 risultarono ferite e mutilate.
Combattere per la libertà di tutti, per le donne ha equivalso anche a lottare per la loro definitiva emancipazione. Sapevano che con la liberazione avrebbero conquistato il diritto di voto. Ma comprendevano che ciò non era sufficiente, perché ottenere i diritti politici, vederli scolpiti nella Costituzione repubblicana, non vuol dire un automatico riconoscimento.
Oggi è il 25 aprile, e val la pena ribadire che nessuna democrazia sarebbe possibile senza la parità dei diritti e delle opportunità.Mai come in questo momento storico l’Articolo 11 della Costituzione italiana si rivela centrale. Esso sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà altrui e di risoluzione delle controversie internazionali. Nel rifiutare l’opzione militare, esprime una netta condanna morale degli orrori bellici, sottolineando la necessità di perseguire la pace attraverso il dialogo, la diplomazia e la cooperazione internazionale. Tale principio implica anche l’accettazione di limitazioni alla sovranità nazionale al fine di sostenere organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea e le Nazioni Unite.L’Italia, così facendo, evita di ricorrere a conflitti armati diretti e concentra gli sforzi sulla difesa dei propri confini e sull’assistenza ai popoli vittime di aggressioni, contribuendo alla stabilità globale.
L’Articolo 11 non è solo un enunciato, ma un fondamento giuridico che trasforma il principio del pacifismo in un dovere istituzionale e morale. Ricordiamoci che la guerra è distruzione, morte e sofferenza su larga scala, intere città vengono devastate, milioni di persone sono costrette a fuggire dalle proprie case e famiglie intere vengono distrutte.
La guerra è contro il genere umano perché nega i valori fondamentali su cui dovrebbe basarsi la vita e la convivenza tra i popoli. Le vittime non sono solo i soldati che combattono, ma soprattutto civili: donne, bambini e anziani che non hanno alcuna responsabilità nella guerra.Negli oltre 60 conflitti di oggi (una guerra mondiale a pezzi, come disse Papa Francesco), i caduti raggiungono il 90%, di cui un terzo giovani e bambini. Un argomento per cui la guerra è giustificata è presentarla come necessaria: al contrario affermare che non esistono guerre giuste o umanitarie è una posizione etica e politica radicale, sostenuta fermamente da figure come Gino Strada e condivisa da Papa Leone 14°, che definiscono la guerra sempre ingiusta e una sconfitta per l’umanità.
Nonostante i numerosi trattati e le convenzioni ideati per ridurre la violenza nei conflitti e salvaguardare i civili, nella pratica queste norme vengono spesso trascurate o infrante.
Durante la guerra prevalgono la logica della distruzione e l’urgenza di ottenere la vittoria a qualunque prezzo, con conseguenze che si traducono inevitabilmente in massacri, bombardamenti indiscriminati, gravi abusi dei diritti umani e un progressivo indebolimento dei principi morali e civili fondamento della società.
La persistenza di migliaia di testate nucleari comporta il rischio di annientamento del genere umano e della biosfera terrestre.
Le decisioni di entrare in guerra sono prese da élite politiche ed economiche, spesso per i loro interessi di potere e di profitto. La storia dimostra che i conflitti armati alimentano e aggravano i problemi già presenti nel mondo, come la povertà, la fame e le disuguaglianze sociali: rendono ancora più difficile per le popolazioni accedere a cure mediche, istruzione e lavoro, all’acqua e al cibo.
Allo stesso tempo, enormi risorse economiche vengono spese per produrre armi e finanziare operazioni militari, invece di essere investite nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone, nella lotta alla fame o nella tutela dell’ambiente.Per tutte queste ragioni la guerra rappresenta una minaccia per l’intera umanità. L’unica vera soluzione è lavorare per abolirla e costruire un mondo fondato sulla pace, sulla giustizia sociale e sul rispetto universale dei diritti umani.
C’è un filo rosso che lega la Resistenza di ieri alle resistenze di oggi. Resistere vuol dire esserci, non limitarsi ad assecondare il corso della storia ma assumersi la responsabilità di deviarlo quando sta prendendo una direzione contraria alla libertà e alla dignità delle persone.
Viva la Festa della Liberazione, viva le donne resistenti, viva la nostra bellissima Costituzione, viva la Repubblica Italiana democratica e antifascista nata dalla Resistenza.
Messina, 25 aprile 2026 – Festa della Liberazione dal nazi-fascismo