Victor Hugo. Leopoldina

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Cura e traduzione di Sebastiano Saglimbeni

MEMORIA DI POESIA
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I

Era l’anno 1950, quando noi giovani, una decina, della comunità collinare di Limina, avviati, dopo le Elementari, al proseguimento degli studi, e raggiunto il traguardo, un avvenimento, della quinta ginnasiale, imparavamo, tra l’altro, a leggere e a tradurre nella nostra lingua alcuni testi di autori francesi.
Di Victor Hugo avevamo letto e provato a tradurre un brevissimo tratto di prosa, che riguardava uno dei protagonisti, Jean Valjean, del romanzo I miserabili, e la lirica “Léopoldine”, che pure abbiamo appreso a memoria. Una lirica che ci aveva fatto sperdere certa focosità e ci aveva emozionati. Allora io scrivevo, tra la decina, versi, dai vari metri rimati e liberi, che quella lirica ed altre della nostra letteratura avevano come alimentato. In seguito, ne ho pubblicato parecchi.

Dopo tanto tempo, come restituito, per incanto, a quella stagione di formazione, affatto ardua per ciascuno di noi, avevo ricercato il testo “Léopoldine” come un dono prezioso smarrito, ma invano. Avevo chiesto ad un’emerita francesista, ma non mi aveva trovato, tra i suoi numerosi titoli di scrittori e poeti francesi, la lirica che Victor Hugo aveva dedicato alla figlia.
Sono riuscito, finalmente, nell’estate 2012, a trovare tutto il testo di tredici strofe ed un altro, dedicato alla figlia Léopoldine, che indico con il titolo “Je sais que tu m’attends”.

Alla luce di quell’apprendimento della lingua francese, dalla seconda media sino alla quinta ginnasiale, ho provato a volgerli nella nostra lingua con una resa, soprattutto, letterale e ritmica.

II

Léopoldine Hugo(*) muore tragicamente il 4 settembre del 1843, annegata, assieme allo sposo Charles Vacquerie, durante una gita in barca sulle acque della Senna, a Villequier. La tragedia era accaduta otto mesi dopo il loro matrimonio e Léopoldine, raggiante, era gestante di tre mesi.
Lo scrittore, che aveva appena raggiunto la maturità e godeva di agiatezza e di gloria, ritornava dalla Spagna assieme alla sua amica Juliette Drouet (nome d’arte). Appena aveva messo piede, il 9 settembre, in territorio francese, si era concesso una breve pausa in un Caffè di Rochefort, per rifocillarsi e leggere i giornali. Aperto, a caso, “Le Siècle”, rimase come impietrito. Il giornale riferiva dettagliatamente la cronaca di quella gita in barca.

I due giovani coniugi verranno sepolti in unica bara nel piccolo cimitero di Villequier.

La tragica perdita della figlia, tanto prediletta, e certo insuccesso dell’opera teatrale, I Burgravi, ottenebrarono talmente l’uomo che fu costretto ad allontanarsi per un decennio dalla scena letteraria. Ma la fervida creatività insorgerà e lo ricondurrà al lavoro di varie scritture. Le poesie che scriverà intensificheranno la silloge Les contemplations editata nel 1856, i cui primi testi risalgono al 1834. “Léopoldine” e “Je sais que tu m’attends” fanno parte di questa silloge che l’autore definì “la memoria di un’anima” e indicò nella seconda parte con la locuzione latina Pauca verba meae filiae (Poche parole per mia figlia).

In questa silloge, di 11.000 versi, si leggono riversate le dolcezze ormai svanite del tempo trascorso, accostato al presente intessuto di meditazioni e di amarezze. Les contemplations, il capolavoro poetico lirico di Victor Hugo, non immune da facili denigrazioni.

III

Nella lirica “Léopoldine” la rievocazione armoniosa e struggente di quando il poeta giovane viveva unito alla famiglia, fiorita di prole (Quand nous habitions tous ensemble), sulle colline di una volta, con ai suoi occhi l’immagine costante del tenero verde umano, la figlia di dieci anni. “Abitavamo” e non abitarono probabilmente più nella casa confinante con il bosco, dove l’acqua gorgoglia e la macchia tremula (où l’eau court et le buisson tremble), complice quell’esistenza dello scrittore tanto lavorativa, creativa, di viaggi, di allontanamenti, di stravaganze, di vicende libertarie e angosciose. La figlia, che non vedrà mai più, era per il padre tutto l’universo, e gli rendeva prospero il destino.
Una lirica esclamativa, dalle rievocazioni di luoghi perduti e di gioie caduche, tra l’erba odorosa e gli alberi elevati e verdi (profonds et verts).

Una lirica, da dove emerge finemente il romanticismo di Hugo, pure consolatrice del dolore. Ispiratrice la tragica fine della figlia nei cui occhi si rispecchiava l’immagine del padre. La figlia cercatrice di fiori, lungo il cammino e di povera gente, alla quale donava. La figlia dalla veste graziosa che le conferiva il portamento di una principessa, quando egli la teneva per la mano. Tutto Léopoldine per una fervida fantasia di un poeta che poteva concedersi iperboli, consistenti in quegli occhi della fanciulla nei quali si potevano specchiare gli angeli. E così Léopoldine appariva nel destino del padre, come la fanciulla della sua aurora e come la sua stella del mattino.

Iterativo il testo, verso la chiusa. Qui le evocazioni di quei mesi felici, resi tali dallo splendore lunare nel cielo. Allora abitavano tutti uniti e si portavano nella pianura e correvano per i boschi e poi rincasavano con il cuore in fiamme mentre si decantavano gli splendori del cielo.

Il poeta, infine, mentre studia la sua fanciulla, crescente, ricorre ad una similitudine e si vede come un’ape che produce il miele.

Con Léopoldine, doux ange, l’estremo rimpianto, intensificato da quella bella storia che è passata come l’ombra e come il vento.

Pure alcuni di quella decina di giovani sono passati, dalla vita ardua e positivamente conclusiva, alle ceneri. Allo scrivente resta poco. Che è tanto, in quanto carico di anni, non senza il costante assillo di mantenere l’equilibrio e la dignità, sostantivi astratti, che oggi non si addicono agli sciagurati potenti della terra.

In “Je sais que tu m’attends”, di tre quartine, con rima, come in “Léopoldine”, più struggente la memoria della figlia. Il poeta si muove e vagherà nell’ora che albeggia la campagna, ignoto, triste, con il giorno che per lui sarà come la notte, e non cura il godimento dell’idillio aureo vespertino e delle vele che scivolano verso l’Harfleur. Quando raggiungerà il luogo che sa, deporrà fiori sulla sepoltura di Léopoldine.
Qui, come nel testo precedente, il nome della figlia non viene menzionato, viene evocato con dei pronomi personali.

*Adèle, detta Dédé, la seconda figlia dello scrittore, non riscosse l’affetto riservato a Léopoldine. Trentenne, non coniugata, soffriva di solitudine. Un giorno scomparve per seguire, innamorata, un ufficiale della Marina inglese, un certo Pinson, appena conosciuto, che non l’aveva per nulla lusingata. Quando, stanca e delusa, riuscì a trovarlo in Canada era coniugato. Rientrerà, pazza d’amore, in Francia e verrà internata nel 1872 in una clinica.
Il regista François Truffaut ha tratto un film dal titolo, Adèle H, una storia d’amore, che verrà proiettato per la prima volta l’8 settembre del 1975. La sceneggiatura è stata tratta dalla biografia curata da Frances Vernon Guille, una studiosa americana, che nel 1955 aveva scoperto due testi del diario di Adèle in una libreria di New York. Gli altri figli dello scrittore, il primogenito, Léopold, che morì a soli tre mesi, Charles, Françọis-Victor. Un amico celiando ebbe a scrivere che Hugo continuava a fare poesie e figli, senza riposarsi.

Sebastiano Saglimbeni

Léopoldine Hugo

Léopoldine Hugo

LÉOPOLDINE

Quand nous habitions tous ensemble
Sur nos collines d’autrefois,
Où l’eau court, où le buisson tremble,
Dans la maison qui touche aux bois,

Elle avait dix ans, et moi trente;
J’étais pour elle l’univers.
Oh! comme l’herbe est odorante
Sous les arbres profonds et verts!

Elle faisait mon sort prospère,
Mon travail léger, mon ciel bleu.
Lorsqu’elle me disait: Mon père,
Tout mon coeur s’écriait: Mon Dieu!

À travers mes songes sans nombre,
J’écoutais son parler joyeux,
Et mon front s’éclairait dans l’ombre
A la lumière de ses yeux.

LEOPOLDINA

Quando abitavamo tutti uniti
sulle nostre colline di una volta,
dove gorgoglia l’acqua e oscilla la macchia,
nella casa adiacente ai boschi,

lei aveva dieci anni ed io trenta;
ero per lei l’universo.
Oh, come l’erba profuma
sotto gli alberi verdi e svettanti!

Rendeva lei felice la mia sorte,
il mio lavoro agile, il mio cielo blu.
Quand’ella mi diceva: padre mio,
tutto il mio cuore esclamava: mio Dio!

Attraverso i sogni miei infiniti,
sentivo il suo parlare armonioso,
nell’ombra il volto mio s’illuminava
alla luce dei suoi stupendi occhi.

Elle avait l’air d’une princesse
Quand je la tenais par la main.
Elle cherchait des fleurs sans cesse
Et des pauvres dans le chemin.

Elle donnait comme on dérobe
En se cachant aux yeux de tous.
Oh! la belle petite robe
Qu’elle avait, vous rappelez-vous?

Le soir, auprès de ma bougie
Elle jasait à petit bruit
Tandis qu’à la vitre rougie
Heurtaient les papillons de nuit

Les anges se miraient en elle.
Que son bonjour était charmant!
Le ciel mettait dans sa prunelle
Ce regard qui jamais ne ment.

Aveva l’aria d’una principessa
quand’ io la prendevo per la mano.
Era in cerca di fiori, senza tregua,
e di povera gente nel cammino.

Lei donava, come si sottrae,
celandosi alla vista della gente.
Oh! la graziosa veste che indossava,
lo ricordate voi, lo ricordate?

La sera, accanto alla mia candela,
lei parlottava, non importunava,
mentre le farfalle notturne
lambivano la rosea finestra.

Gli angeli si specchiavano in lei.
Quant’era delizioso il suo buongiorno!
Il cielo proiettava nel suo occhio
quello sguardo che non mente mai.

Oh! je l’avais, si jeune encore,
Vue apparaȋtre en mon destin!
C’était l’enfant de mon aurore,
Et mon étoile du matin!

Quand la lune claire et sereine
Brillait aux cieux, dans ces beaux mois,
Comme nous allions dans la plaine!
Comme nous courions dans le bois!

Puis, vers la lumière isolée
Étoilant le logis obscur
Nous revenions par la vallée
En tournant le coin du vieux mur;

Nous revenions, coeurs pleins de flamme
En parlant des splendeurs du ciel.
Je composais cette jeune ậme
Comme l’abeille fait son miel.

Oh! Io l’avevo, così giovane ancora
visto apparire nel mio destino!
Era la fanciulla della mia aurora,
era la mia stella del mattino!

Quando la luna chiara e serena
brillava in cielo, in quei felici mesi,
come noi in pianura andavamo!
come noi nei boschi correvamo!

Dopo, verso la luce isolata,
che rischiarava la casa nel buio,
noi ritornavamo per la valle
aggiravamo l’angolo del vecchio muro;

ritornavamo con i cuori in fiamma,
decantando gli splendori del cielo.
Coltivavo questa anima graziosa
come l’ape che il miele produce.

Doux ange aux candides pensées,
Elle était gaie en arrivant….
Toutes ces choses sont passées
Comme l’ombre et comme le vent.

Grazioso angelo dai puri pensieri,
era gioiosa mentre arrivavamo…
Passate sono tutte queste cose
come l’ombra e come il vento.

JE SAIS QUE TU M’ATTENDS

Demain, dès l’aube, à l’heure où blanchit
/ la campagne,
Je partirai. Vois-tu, je sais que tu m’attends.
J’irai par la forêt, j’irai par la montagne.
Je ne puis demeurer loin de toi plus longtemps.

Je marcherai les yeux fixés sur mes pensées,
Sans rien voir au dehors, sans entendre
/ aucun bruit,
Seul, inconnu, le dos courbé, les mains croisées,
Triste, et le jour pour moi sera comme la nuit.

Je ne regarderai ni l’or du soir qui tombe,
Ni les voiles au loin descendant vers Harfleur,
Et quand j’arriverai, je mettrai sur ta tombe
Un bouquet de houx vert et de bruyère en fleur.

IO SO CHE TU MI ASPETTI

Domani quando albeggia la campagna,
io partirò. Io so che tu mi aspetti.
Andrò per la foresta, andrò per la montagna.
Non posso dimorare lontano da te a lungo.

Andrò. Gli occhi sui miei pensieri intenti,
senza vedere altro, senza sentire rumori,
solo, ignoto, piegato, le mani incrociate,
triste, e il giorno, per me, sarà come la notte.

Non contemplerò l’aurea sera che avanza,
non le vele che, lontano, vanno verso l’Harfleur,
e quando arriverò, deporrò sulla tua tomba
un bouquet di agrifogli e di erica in fiore.

ALCUNE NOTIZIE SU VICTOR HUGO

Nato a Besançon nel 1802, morto a Parigi 1885. Sull’uomo e sull’opera non si conta la copiosa storiografia. La malevola non ha nel tempo minimamente appannato quella benevola. Lo scrittore indubbiamente si può considerare il campione degli oppressi. Che erano, mentre in vita, i Polacchi, gli Italiani e i Negri.

Nel 1859 non espresse alcun plauso, alla notizia della Lombardia liberata. Fu sarcastico. V’era stata, per quella liberazione, una guerra dell’odiato Napoleone III. La Costituzione del Regno d’ Italia altro non era che il passaggio da Francesco Giuseppe a Vittorio Emanuele II.
Amicissimo di Garibaldi che, quando seppe sconfitto nel 1867 dai fucili francesi, gli chassepots, inneggiò con un’ode e lo paragonò all’eroe greco Leonida e all’eroe elvetico Guglielmo Tell. A Jersey, nel giugno del 1860, in un suo discorso favorì la sottoscrizione promossa in Inghilterra a favore di Garibaldi. Famose le sue parole che recitano: “Ha un esercito? No, un pugno di volontari. Munizioni di guerra? Affatto. Della polvere? A malapena qualche barile. Dei cannoni? Quelli del nemico. Qual è dunque la sua forza, e che cosa lo fa vincere, che cosa sta con lui? L’anima dei popoli…”. La spedizione, con a capo Garibaldi, contro il regno delle Due Sicilie, entusiasmò lo scrittore, mentre quella dell’odiato Napoleone III contro il Messico lo inasprì. E, mentre in esilio, si dichiarò vicino ai Messicani rivoluzionari, i quali potevano servirsi, se egli valeva qualcosa, del suo nome. Dovevano terribilmente combattere e mirare alla testa Massimiliano d’Asburgo, il giovane che Napoleone III volle imporre al Messico come sovrano. Quando il giovane cadde in mano ai combattenti della libertà e le truppe francesi ingloriosamente si ritirarono, lo scrittore chiese al presidente Benito Juarez la grazia per quel giovane sventurato. Capì ch’era stato una vittima e aveva provato, da uomo e da padre, pietà, pietà per tutte le vittime, pure per quelle coronate.

Quando Victor Hugo ricevette da Giosue Carducci dei versi, inneggianti alla libertà, non si degnò di un riscontro. Al poeta catanese Mario Rapisardi, che gli aveva spedito uno dei suoi poemi, gli rispose con le parole di lodi che recitano:

“J’ai lu, Monsieur, vostre noble poème. Vous êtes un précurseur. Vous avez danz les mains deux flambleaux: le flambleau de la Poésie et le flambeau de Vérité. Tous deux éclaireront l’avenir. L’avenir c’est Rome à l’Italie et Paris à l’Europe…, Je vous envoie mon applaudissement fraternel”.

Victor Hugo, durante gli anni delle ultime tirannidi italiane tedesche e nipponiche era assurto a grande simbolo di libertà. Le sue opere, ritenute pericolose in Germania, venivano tolte dalle biblioteche e bruciate, ma venivano, d’altro canto, riscoperte dagli uomini liberi. In Francia, occupata dai nazisti, e in tutta Europa, significarono alto valore di libertà e di democrazia.

Lo scrittore si prodigò per la pace fra i popoli, fu contro la pena di morte, la prostituzione che le mostruose e perenni ingiustizie sociali alimentano e considerò l’analfabetismo e l’ignoranza povertà sociali, il pasto delle nobiltà. Si prodigò per l’emancipazione della donna e per la tutela dei bambini. Che considerava il suo stesso sangue. In un testo poetico, tanto popolare, di sei quartine, esortava gioioso le bambine a danzare tutte attorno.

Dansez, les petites filles,
toutes en rond.
En vous voyant si gentilles,
les bois riront.
(….)


E l’esortazione “dansez” si ripeterà con alto lirismo per tutte le strofe.​

Sebastiano Saglimbeni

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