
Giacomo Matteotti nel socialismo e nella storia d’Italia.(Messina, 9 aprile 2026). Il volume Giacomo Matteotti nel socialismo e nella storia d’Italia (Viella, 2025) ha avuto origine dal Convegno scientifico che si è svolto presso il Senato della Repubblica proprio nei giorni in cui ricorreva il centenario dell’assassinio di Matteotti. Aggiungerò soltanto che sia il Convegno che il libro si pongono in diretta continuità con quelli promossi dall’Anppia in occasione del centenario della Marcia di Roma, i cui atti sono stati pubblicati, con il titolo “Marcia su Roma e dintorni”. Dalla crisi dello Stato liberale al fascismo, sempre presso la casa editrice Viella, nel 2024. La scadenza dei due centenari ha certamente impresso a entrambe queste iniziative, e segnatamente all’ultima, un alto significato civile, se solo consideriamo il periodo di regressione storica che il mondo contemporaneo sta attraversando ormai da decenni: una regressione che si è tradotta non solo in una crisi profonda dei sistemi democratici in Italia e in Europa rispetto alla rinascita democratica e civile che aveva fatto seguito all’immane tragedia della Seconda guerra mondiale e alla disfatta del nazifascismo, ma anche in un ritorno generalizzato della guerra come strumento di aggressione, di rapina, di espansione imperialistica e come soluzione delle controversie tra gli Stati. Ciò che ne è derivato è stata la deliberata distruzione del diritto internazionale, così come si era faticosamente affermato dopo il 1945 e che aveva trovato il suo punto di riferimento nella nascita e nei documenti fondanti dell’ONU. Oggi, in un processo di accelerazione impressionante, il mondo occidentale per iniziativa degli Stati Uniti e nel quadro dell’evanescenza e del decadimento politico e morale dell’Unione europea, sembra precipitare in una spirale illimitata di bellicismo e di violenza, aprendo anche la strada a forme di pulizia etnica e di genocidio che ritenevamo per sempre condannate dalla storia, in un intreccio di autoritarismo, colonialismo vecchio e nuovo, nazionalismo, razzismo e di fascismo di ritorno. A me pare che qui si possano misurare gli effetti devastanti di un quarantennio di dominio pressoché incontrastato di quella che alla fine degli anni Trenta Karl Polany definiva “l’utopia distruttiva del mercato autoregolato” e del modello di società fondato sul più brutale darwinismo sociale che essa sottendeva. In questo scenario sempre più allarmante, credo che tutti noi siamo consapevoli del valore essenziale che assume nelle società in cui viviamo la salvaguardia della consapevolezza storica collettiva, a cominciare dalla memoria critica del fascismo e del nazismo; e in particolare non solo della necessità di difendere le discipline storiche dall’offensiva pervasiva del revisionismo, in tutte le sue forme, ma anche di promuovere, a partire dalle scuole e dalle università, non meno che nel campo troppo spesso trascurato della “battaglia delle idee”, la conoscenza storica diffusa contro i fenomeni dilaganti della deculturazione e della spoliticizzazione di massa. Al fine di contrastare questi effetti degenerativi, che hanno coinvolto non solo in Italia la maggior parte del sistema mediatico e le sfere più alte della politica, non bastano le pur doverose commemorazioni. La conoscenza della storia è infatti inseparabile dalla ricerca scientifica, così come l’impegno civile deve essere sempre coniugato con il rigore metodologico e la deontologia delle scienze umanistiche. E’ quanto ci siamo proposti di fare sia con il libro “Marcia su Roma e dintorni”, sia con il volume Giacomo Matteotti nel socialismo e nella storia d’Italia, che ne costituisce in notevole misura la prosecuzione. E in questo secondo caso, la scelta è stata quella di affrontare due aspetti di assoluto rilievo. Il primo è stato quello di rivisitare la vita e il percorso politico e intellettuale di Matteotti andando oltre la vicenda eccezionale del Martire che per lungo tempo aveva relegato nell’ombra lo spessore e l’originalità del suo pensiero e della sua collocazione nel socialismo italiano. Il secondo aspetto è stato di mettere al centro di una aggiornata riflessione la fase cruciale della storia d’Italia segnata dall’assassinio e dalla crisi Matteotti, sia come momento di passaggio alla definitiva instaurazione della dittatura fascista e del consolidamento del blocco dominante che l’avrebbe sostenuta nell’arco di un ventennio, sia come momento profondo di rinnovamento, per vari aspetti di rifondazione, dell’antifascismo. Di qui in avanti, proprio l’antifascismo, come ha giustamente rilevato Simona Colarizi, si sarebbe proposto e riproposto, in un percorso attraversato anche da fasi molto difficili e travagliate, “come momento attivo, vitale e in movimento al proprio interno, che, lungi dal rimanere ancorato agli schemi politici e ideologici che si erano espressi nello Stato liberale, si sarebbe dimostrato capace di elaborare una propria identità ideologica nuova”, quale poi risulterà nella Resistenza e all’indomani della liberazione del paese. Riguardo alla figura di Matteotti, un tema centrale che emerge dai contributi pubblicati in questo volume è la sua appartenenza senza aggettivi alla corrente riformista del PSI, intesa però non come una semplice emanazione della figura di Turati, bensì come una vasta area di componenti politiche, sociali, culturali e anche generazionali diverse. A me pare che questa sia la prospettiva più giusta per valutare appieno l’apporto politico e intellettuale di assoluto rilevo che Matteotti trasmise al socialismo italiano: e ciò a partire dal suo legame profondo con il movimento di emancipazione del bracciantato e al socialismo municipale della Valle Padana, nonché dalla sua visione del socialismo come costruzione dal basso di una nuova società fondata sulla creazione di nuovi istituti di autodeterminazione, sulla conquista dei diritti e sulla elevazione politica e culturale della classi lavoratrici, piuttosto che sulla prospettiva di un incontro di vertice con gli esponenti più “illuminati” della borghesia liberale. Un’idea socialista fondata, più che sulla fede nel progresso, su una forte carica volontaristica e su una spiccata identità e autonomia di classe (basti pensare all’intransigente opposizione di Matteotti alla Grande guerra), il che la differenziava sia rispetto al riformismo pratico professato dai vertici della Confederazione generale del lavoro, sia a quello di matrice evoluzionistico-positivista degli esponenti storici della corrente riformista. Ma ne conseguì anche il rifiuto di Matteotti della fraseologia massimalista come ideologia sostitutiva della rivoluzione, di cui contestò sempre non solo l’attualità, ma anche il concetto stesso di atto politico risolutivo destinato a trasformarsi, come in Russia, in una dittatura sul proletariato: il che era quanto egli rimproverava a maggior ragione alla politica dogmatica e autoreferenziale del Partito comunista così come si era costituito con la scissione di Livorno. Ma vorrei anche aggiungere che in questa idea processuale dell’avvento del socialismo, nel rifiuto di Matteotti di una concezione mitica della conquista del potere come atto unico, da cui sarebbe dovuta discendere, in un rapporto di causa-effetto la trasformazione della società, vi era, non sembri un paradosso, un’analogia con la ricerca di Gramsci sulla costruzione progressiva di contropoteri nel vivo della società capitalistica, nonché sull’azione per l’elevamento politico e culturale delle classi lavoratrici come premessa necessaria alla conquista e alla gestione del potere, tipica dell’esperienza torinese dei Consigli e dell’Ordine Nuovo. Tutto questo può aiutare anche a interpretare nel modo corretto l’articolo di Gramsci scritto nell’agosto 1924 in memoria di Matteotti, che è stato ed è tuttora oggetto di superficiali e liquidatori giudizi. Laddove, invece, si era in presenza di una ben più profonda riflessione sulla parabola storica del socialismo italiano, nei suoi limiti ma anche nelle sue luci, con il riconoscimento non solo dell’”eroico sacrificio” di Matteotti, ma anche dai semi gettati da coloro che avevano lavorato per il risveglio delle classi lavoratrici italiane, e cioè dai pionieri del socialismo riformista. Questa riflessione per molti aspetti anticipava il celebre scritto del 1926 in memoria di Giacinto Menotti Serrati, come aveva osservato per tempo Gaetano Arfé. Per concludere su questo punto, vorrei almeno accennare a un’altra analogia: e cioè la radice etimologica della celebre locuzione di Matteotti nel suo ultimo grande discorso alla Camera del 30 maggio 1924, che ne decretò la condanna a morte. E’ noto che al presidente della Camera che lo ammoniva, di fronte alle continue provocazioni dei deputati fascisti, sul fatto che, se intendeva parlare, aveva “la facoltà di continuare, ma prudentemente”, Matteotti ebbe a replicare: “non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentariamente” (218). Meno nota è la straordinaria analogia che è dato cogliere con uno sferzante scritto di Rosa Luxemburg rivolto nel 1916 contro il Gruppo parlamentare della Socialdemocrazia tedesca (SPD) che, prigioniero dell’”unione sacra”, non aveva nei fatti difeso Karl Liebcknecht dalla privazione dell’immunità parlamentare che gli era stata appena inflitta dal Reichstag per la sua opposizione alla guerra. In questo scritto la Luxemburg rivendicò di esprimersi “non avvocatescamente, non formalisticamente, ma socialisticamente”. L’analogia è così evidente che è più che fondato supporre che Matteotti fosse venuto in precedenza a conoscenza di questo scritto di Rosa Luxemburg e da esso abbia tratto una felicissima ispirazione. Ma torniamo al pensiero e all’azione di Matteotti. Gli elementi su cui in precedenza mi sono soffermato, sarebbero riemersi nell’incessante e precorritrice azione da lui rivolta contro il fascismo. Il fascismo venne da lui individuato non già come un temporaneo “residuo della psicologia di guerra” o come strumento di forze arretrate e retrograde, come ritenevano i leader storici della la corrente riformista, bensì come espressione di una crisi organica dello Stato e della vecchia classe dirigente, e come antesignano di un più ampio fronte capitalistico borghese deciso ad annientare l’intero movimento di emancipazione delle classi lavoratrici e travolgere gli stessi istituti di garanzia dello Stato liberale. E di qui, dopo la Marcia su Roma, contro le aspettative “normalizzatrici”, le tendenze attendiste e persino collaborazioniste prevalenti nello stesso partito di cui era divenuto segretario, derivò anche la lucida percezione di Matteotti che la violenza e il terrore fascista quale pratica quotidiana estesa a tutto il paese (che egli documentò mirabilmente in Un anno di dominazione fascista) costituivano solo l’altra faccia dell’azione sistematica del governo Mussolini per instaurare un regime di aperta dittatura. Riguardo alla seconda parte del volume, dedicata alla crisi Matteotti, a me pare che due siano gli aspetti salienti. Però forse è necessaria una premessa. In questo volume abbiamo deliberatamente deciso di non dedicare uno spazio significativo alla cosiddetta “pista affaristica” sul delitto Matteotti perché essa si fonda su un procedimento di sostanziale de- contestualizzazione, che è poi tipica di ogni revisionismo. Più precisamente essa tende a lasciare in ombra sia il contesto politico-sociale della ininterrotta spirale del terrore contro gli oppositori che il fascismo aveva scatenato in tutto il paese dopo la Marcia su Roma, e che proprio Matteotti aveva sistematicamente documentato, sia l’escalation del terrore rappresentato dalla costituzione della cosiddetta Ceka fascista e dalle elezioni politiche del 1924, sia la situazione molto delicata per il fascismo al potere che si era determinata a seguito del loro esito e della sostanziale e imprevista tenuta delle forze di opposizione: il risultato che ne deriva è di depoliticizzare e di ridurre a un fatto di cronaca nera una delle fasi cruciali di passaggio della storia d’Italia. Ma soprattutto, questa tesi non si basa su dati reali, ma su assunti nella sostanza congetturali: per esempio, al centro dell’argomentazione vi è l’asserito trafugamento da parte dei sicari di una borsa di documenti segreti sullo scandalo delle concessioni petrolifere che Matteotti avrebbe dovuto svelare nella imminente seduta della Camera e che non è mai stata trovata. Il motivo è molto semplice: non c’è nessun dato di fatto che dimostri che questo dossier sia mai esistito. E si potrebbe proseguire a lungo, ma su questo rimando alla puntuale analisi critica di Giampiero Buonomo. Il che non significa che sui versanti non meramente sensazionalistici e fuorvianti di questa pista non siano emersi anche elementi di verità, come la conferma della complicità diretta di Mussolini nell’assassinio o la trama torbida di interessi affaristici che ruotavano attorno all’entourage più ristretto del Duce. Ma torniamo alle seconda parte del volume. Qui è importante mettere l’accento su due punti che riguardano, più in generale, la storia d’Italia. Il primo è la sostanziale tenuta, al di là di momentanee oscillazioni, del blocco di potere dominante che sosteneva il fascismo, che lo aveva portato alla guida del paese con la Marcia su Roma e che lo aveva ancor più legittimato con le elezioni politiche del 1924: da questo punto di vista due punti di osservazione chiave appaiono da una parte, le scelte della Monarchia e del mondo industriale e finanziario (ricordiamo il “silenzio degli industriali” tardivamente lamentato da Luigi Einaudi), dall’altra l’atteggiamento della Santa Sede. Vi sarebbe per la verità un terzo importante campo d’indagine, e cioè quello dei comportamenti degli apparati amministrativi dello Stato, dai prefetti agli organi di polizia, parte integrante del vecchio Stato liberale, che costituirono dopo la Marcia su Roma un supporto essenziale per la costruzione della dittatura fascista. Con vivo rammarico non siamo riusciti ad affrontare anche questo tema al nostro Convegno, che per la verità avevamo previsto nell’originaria programmazione. Il secondo aspetto riguarda le dinamiche che attraversarono le forze di opposizione al fascismo. Sui limiti e le illusioni legalitarie dell’Aventino esiste ormai una letteratura storica consolidata. E tuttavia non mi sentirei in alcun modo di condividere la tesi di un presunto errore delle forze che aderirono alla secessione per aver abbandonato il Parlamento. Senza questo atto eclatante non vi sarebbe stato quel potente segnale di presa di coscienza e di ribellione che avrebbe scosso il paese e portato alla soglia del rovesciamento il governo fascista. Grazie alla secessione parlamentare, infatti, si sarebbe determinata una frattura politica e morale insanabile, destinata a durare anche negli anni più oscuri del regime e di cui fu anche espressione la più vasta diffusione del mito di Matteotti. Ma non meno importante fu l’allargamento delle forze che facevano riferimento all’antifascismo, dai liberali ai popolari, ai repubblicani, al Partito sardo d’azione e agli ex combattenti di “Italia libera”. Da questo momento l’antifascismo non fu più solo confinato alle componenti classiste del movimento operaio, ma si configurò come un movimento composto da un vasto e plurale arco di personalità e componenti diverse. Inoltre il lascito di Matteotti segnò l’emergere di una generazione antifascista più giovane, quella dei Gobetti e dei Rosselli, che avviò un rinnovamento politico non più rivolto al passato, ma che segnasse una profonda frattura non solo con il fascismo, ma anche con il vecchio Stato e la classe dirigente liberale. Un approfondimento non meno importante abbiamo pensato di dedicare al Partito comunista. La crisi Matteotti costituì, infatti, il primo banco di prova del nuovo gruppo dirigente del PCdI, formatosi sotto l’impulso determinante di Gramsci nel 1923-24. Di qui sarebbe derivato un processo di rinnovamento destinato, nel corso di un triennio, a investire sia l’impianto teorico-politico del partito, sia la sua collocazione nella società italiana. Se si segue più da vicino il percorso di Gramsci nella fase che precede e attraversa la crisi Matteotti emerge una serie di novità di grande rilevanza rispetto ai precedenti orientamenti del partito: accanto a una prima riflessione sulle differenze tra Oriente e Occidente, esse riguardano l’analisi del fascismo, del suo rapporto con la storia dell’Italia unita, delle forze motrici della rivoluzione italiana, gli obiettivi della lotta antifascista e la possibilità di una fase democratica di transizione che avrebbe potuto assumere i tratti di una Costituente repubblicana, nonché la politica delle alleanze e il rinnovato radicamento del partito nella società. Si trattò senza dubbio di elementi destinati ad incidere profondamente nell’azione del PCdI negli anni a venire: è qui che si gettano le prime basi del ruolo preminente dei comunisti nella lotta antifascista negli anni del regime. La prospettiva prescelta in questo volume è stata di analizzare in quale in misura il rinnovamento promosso da Gramsci abbia trovato riscontro nella politica del partito durante la crisi Matteotti. E qui il quadro è senza dubbio complesso: è indubbio che siano qui riscontrabili sostanziali elementi di novità, impensabili solo un anno prima; basti pensare all’iniziale partecipazione del PCdI al Comitato delle opposizioni e alla prospettiva sostenuta da Gramsci della costituzione di un Antiparlamento e di un nuovo governo espressione delle forze antifasciste, al ruolo del partito nella costruzione di un’opposizione attiva nel paese, alla creazione di organismi di resistenza nelle fabbriche, all’Associazione per la difesa dei contadini e alla centralità della questione meridionale. Tuttavia, l’azione rinnovatrice di Gramsci incontrerà ostacoli tutt’altro che irrilevanti non solo nella svolta a sinistra della politica dell’Internazionale comunista sanzionata dal V Congresso dell’estate 1924, ma anche nei quadri di base e nello stesso nuovo gruppo dirigente, ancora per vari aspetti legato all’eredità bordighiana, che ne attenueranno, talvolta sino ad annullarne, i tratti più innovativi. In conclusione, posso qui solo accennare a un ultimo ambito che abbiano inteso proporre, e cioè quello delle trentennali vicende giudiziarie del delitto Matteotti: e qui emergono non solo lo stravolgimento del diritto e l’impunità per gli assassini e i mandanti durante il regime fascista, ma anche le difficoltà della Repubblica nel condurre, con il sopraggiungere della “guerra fredda”, una vera “resa dei conti” con il passato regime appena avviata dopo la Liberazione. Ciò fu simboleggiato della grazia e dall’uscita dal carcere nel 1956 del capo dei sicari di Matteotti, che era stato nel 1947 condannato all’ergastolo. Claudio Natoli