Harry e Niscemi non sono importanti

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Il Paese dove le emergenze non spostano nemmeno un euro

Sant’Alessio Siculo – foto di C.B. per Ecopolis-Anpi

di Marco Corrao

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui l’Italia discute delle sue tragedie. Non nel dolore, non nella solidarietà di facciata, ma nel momento in cui bisogna scegliere. Nel momento in cui un’alluvione, un ciclone, un territorio devastato chiedono una risposta concreta e immediata. È lì che si misura la scala delle priorità. Ed è lì che arriva la sentenza: “I fondi del Ponte non si toccano”.

Una frase semplice, definitiva, quasi morale. Come se quelle risorse fossero una reliquia, un tabù, un bene sottratto persino alla realtà. Come se l’emergenza climatica fosse un fastidio passeggero e non la nuova normalità. Come se la Sicilia, colpita ancora una volta, dovesse aspettare, arrangiarsi, rientrare nella statistica.

E allora la provocazione diventa inevitabile: Harry e Niscemi non sono importanti. Non perché non lo siano davvero, ma perché vengono trattati così. Perché quando un Paese è capace di dire “non si tocca” davanti al fango, ai danni, alle case distrutte, significa che la gerarchia è già scritta: prima i simboli, poi le persone.

Il paradosso è che tutto questo viene giustificato con un presunto vincolo tecnico. Si parla di fondi FSC, il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, risorse programmate, destinate allo sviluppo territoriale. È vero: non sono soldi liberi, non sono un bancomat politico. Ma trasformarli in un dogma intoccabile è una mistificazione. Perché la normativa consente rimodulazioni, riprogrammazioni, riallocazioni attraverso atti formali e procedure collegiali. Lo Stato lo ha già fatto in passato. Lo può fare, se vuole.

Il punto quindi non è giuridico. È politico. È culturale. È l’idea che alcune scelte siano scolpite nella pietra mentre altre, come la ricostruzione dopo una calamità, siano sempre rinviabili. È l’idea che l’emergenza non sia mai abbastanza emergenza da scalfire un progetto già trasformato in bandiera.

E qui sta il cuore della questione: non esiste un “non si può”. Esiste un “non si vuole”. Perché uno Stato moderno possiede strumenti straordinari per affrontare eventi straordinari. Decreti-legge, fondi emergenziali, riprogrammazioni. Il concetto di interesse nazionale non è retorica: è ciò che dovrebbe guidare le scelte quando la realtà bussa alla porta con violenza.

Ma evidentemente l’interesse nazionale, oggi, coincide con altro. Coincide con l’intoccabilità delle grandi opere, con la sacralità della programmazione, con l’ossessione del simbolo. E allora sì, Harry e Niscemi diventano marginali. Diventano una nota a piè di pagina. Un problema da gestire con qualche promessa e un comunicato, senza che nulla cambi davvero.

Il Ponte si farà o non si farà, questo è un altro dibattito. Ma ciò che resta, oggi, è un’immagine precisa del Paese: quello in cui l’emergenza climatica non basta a spostare nemmeno un euro. Quello in cui la politica preferisce dire “non si tocca” invece di dire “si interviene”.

E forse è proprio questa la vera tragedia. Non il fango. Ma l’indifferenza istituzionale travestita da vincolo tecnico. Non l’impossibilità. Ma la scelta.

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